20 Settembre 2026/ Anno A
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260920
Is 55,6-9; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16
Perché vengono pagati prima gli ultimi, cioè quelli che hanno lavorato solo un’ora, e poi vengono pagati i primi, quelli che hanno lavorato tutto il giorno? Forse si tratta solo di uno stratagemma narrativo: se fossero chiamati i lavoratori secondo l’ordine della convocazione al lavoro, i primi, preso il loro denaro, sarebbero andati via e non si sarebbero creati problemi. Allora, però, non si sarebbe proprio arrivati al messaggio della parabola. Oppure, oltre a questo, cominciare a chiamare prima gli ultimi e poi i primi racconta già qualcosa dell’agire strano di questo padrone: un agire che racconta del Regno dei cieli.
Ormai sappiamo che l’introduzione alle parabole del Regno che è comune; c’è una situazione e dei personaggi che, globalmente, raccontano qualcosa del Regno di Dio, qualcosa che non è una teoria da comprendere, ma una realtà altra nella quale entrare, dalla quale farsi coinvolgere e sorprendere. Anche in questa parabola c’è una sorpresa, uno straniamento appunto, ed è quello il cuore del racconto che vuole coinvolgerci e farci prendere posizione. In questo caso si tratta proprio del fatto che il padrone della vigna sceglie di dare la stessa paga a tutti i lavoratori, sia quelli della prima ora che quelli dell’ultima. E tutti lo sanno, lo vedono, lo devono sapere, perché per tutti c’è un dono da accogliere. A fine giornata, quando il padrone della vigna chiede al fattore di distribuire la paga e chiede che vengano chiamati prima gli ultimi e poi i primi, sta già facendo quello che verrà detto alla fine della parabola: molti che sono ultimi saranno primi e i primi ultimi. Lo mette già in campo lui, non solo dà la stessa paga agli ultimi, ma la dà prima a loro; ed era necessario così, perché i primi si rendessero conto di cosa stava accadendo. Nel contatto con il Regno c’è sempre l’urgenza di un contatto con la verità, con un agire di Dio a volte straniante ma con cui tutti vengono a contatto: quel sapere e quella verità fanno venire fuori il cuore! Ecco che la scelta del padrone di pagare prima gli ultimi non ha solo uno spessore narrativo ma anche rivelativo: Egli sta già mettendo in atto lo stravolgimento delle regole mondane dietro alle quali l’uomo si nasconde e si protegge. Si svela il cuore di Dio, si svela il cuore dell’uomo e si apre davanti a esso la possibilità di cambiare mente, di convertirsi.
Ripercorriamo la parabola. Un padrone di casa esce al mattino presto per prendere dei lavoratori per la sua vigna; ne trova alcuni, pattuisce con loro che la paga per l’intera giornata è quella di un denaro e li manda nella vigna. Evidentemente il lavoro è tanto, i primi uomini trovati non erano abbastanza; o, secondo la prospettiva complementare, c’è ancora spazio di lavoro per altri uomini che hanno bisogno di lavorare e, dunque, di portare un salario a casa. Il padrone, allora, esce alle nove del mattino, l’ora terza, e trova uomini “inoperosi”, una condizione non utile per la vita e che predispone alla perdita di tempo e alla mormorazione (cf. Mt 12,36); manda questi uomini nella vigna ma non stabiliscono un salario o un prezzo, come per i primi, il padrone semplicemente dice che gli avrebbe dato ciò che sarebbe stato giusto. Con questa frase, che possiamo immaginare ripetuta anche agli altri che manda nella vigna alle 12 e alle 3, si comincia a concentrare l’attenzione sul tema della giustizia. Esso tornerà alla fine, nel discorso del padrone. Alle 5, l’ora undicesima, il padrone esce ancora e trova ancora altri uomini; questi vengono interrogati, cosa che il padrone non aveva fatto con i primi. Egli vuole capire se sono loro a non voler lavorare; inoperosità, problema emerso già prima nelle parole del narratore, ora è pronunciata dalla domanda del padrone della viglia: «Perché ve ne state lì inoperosi?». Essi rispondono che non è colpa loro, ma che non stanno lavorando perché non c’è stato qualcuno che gliene abbia dato la possibilità. Cosa poteva ancora esserci da fare in una vigna alle cinque del pomeriggio se non qualcosa di minimo? È un atto di misericordia, evidentemente, già il dire del padrone: «Andate nella vigna anche voi». Non aggiunge altro, non dice come ai lavoratori dalle 9 in poi che gli avrebbe dato quello che è giusto; perché non c’è bisogno di contrattare con loro o di promettere nulla, la giornata era quasi finita, qualsiasi cosa avrebbero ricevuto sarebbe stato meglio di nulla da portare a casa. Poi c’è tutta la fase nella quale questi ultimi vengono chiamati per primi per volontà del padrone; scopriamo dal narratore che a ognuno di questi viene dato un denaro, la stessa paga pattuita con i primi. I lavoratori intermedi non si nominano proprio più, gli è stato promesso ciò che è giusto ed essi evidentemente lo prendono senza problemi; sono solo i primi che, ricevendo un denaro, mormorano contro il padrone. Ci dice il testo che essi, avendo visto la paga degli ultimi, pensavano di ricevere di più, e rimproverano il padrone di ingiustizia, anche se non usano la parola direttamente. Loro, i primi, hanno sopportato una giornata di lavoro e il caldo, gli altri, gli ultimi, solo un’ora e hanno ricevuto la stessa paga; sembra una questione da sindacati e lavoratori e, sembra, a guardarla così, che questi lavoratori hanno ragione, c’è una reale disparità di trattamento. Se ci pensiamo, anche quelli del nove del mattino avrebbero potuto fare una simile mormorazione, anche tra loro e quelli dell’ultima ora c’è una grande disparità; ma questi non compaiono più, essi si sono fidati della promessa del padrone, “vi darà il giusto”, e si sono portati a casa la paga. Questo, certamente, rende più estremo il confronto tra i primi e gli ultimi; tra questi si gioca la polarità, perché sia chiaro il discorso senza mezzi termini. Tra l’altro, la frase detta dal narratore in 19,30, subito primi che inizi la parabola, è esattamente quella con cui termina la parabola: molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi.
Perché? La parola chiave che emerge dalla parabola è giustizia: gli operatori della prima ora la intendono in senso di interesse per loro, il padrone ha un’altra idea di giustizia, una giustizia che tiene dentro la misericordia e uno sguardo ampio, che i primi lavoratori non comprendono. Quando il padrone dice che non fa ingiustizia ai lavoratori ha ragione: essi hanno pattuito di avere un denaro e un denaro hanno avuto; egli non ha tolto nulla a loro. È lo sguardo cattivo di questi uomini che guardano solo a sé che non permette di accogliere la bontà del padrone. La parabola, allora, vuole tirarci dentro a un mondo in cui giustizia e misericordia stanno insieme, in cui c’è lo sguardo verso chi ha diritto a portare una paga dignitosa a casa, anche se ha ricevuto tardi la chiamata al lavoro. Si aprono, così, tantissimi livelli di lettura della parabola, tutti validi; da una parte vediamo che il regno sconvolge le carte in tavola, ciò che sembra che abbia una priorità in realtà può svelarsi secondario e passare in coda. Da un’altra parte c’è la logica della misericordia, che completa ancora il percorso fatto nelle ultime domeniche sul perdono: chi pensa di esser giusto, di avere un posto ragionevolmente meritato, deve confrontarsi con il Dio dell’amore, che dona secondo le sue logiche e non deve “abbassarsi” alle misere logiche della giustizia retributiva. Ancora, si può guardare alla prospettiva della relazione tra gli operai o, anche, guardare alla vigna come simbolo di Israele. Israele sente di avere una priorità nella chiamata di Dio e fatica da tanto per “cercare il Suo volto”; ora sono arrivati questi ultimi, che sono i discepoli, che possono diventare primi solo grazie alla misericordia e bontà di Dio. I discepoli non lo dimentichino quando penseranno di essere primi rispetto ad altri.
Quale sia per noi il livello sul quale la parabola ci stimola, dipende molto da noi. E, allora, possiamo chiederci: come stiamo in relazione con questo Dio che è buono? Siamo come i lavoratori della prima ora, che pensano di poter mormorare contro il Suo agire? O come gli ultimi che, in maniera grata, ricevono per amore e non perché hanno meritato ricompense?
Sorella Michela Arnone
