6 Settembre 2026/ Anno A
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Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
È semplice. Quando un fratello commette un peccato che ci tocca, che ci fa male o che comunque è un male per la comunità, noi dobbiamo andare direttamente da lui ad ammonirlo, fra noi e lui “soli”. Quest’affermazione esclude tutte le altre vie che potremmo seguire e che, in realtà, sono purtroppo quelle più spesso praticate: andare da altri a lamentarci del peccato di quel fratello e, forse, non affrontarlo mai direttamente. Il vangelo, però, è molto chiaro: il fratello che pecca va rispettato, amato, protetto così come vorrei essere rispettato, protetto e amato anche io quando pecco. Quell’amore e quel rispetto sono le condizioni essenziali perché il fratello accolga, comprenda e si converta da quel peccato commesso; questa conversione può anche non avvenire, la persona può rifiutare la correzione e allora, solo allora, si interpelleranno due o tre testimoni, che possano aiutare il fratello nell’errore a ragionare. Solo qualora neanche così il fratello comprende, sarà necessario chiamare in causa tutta la comunità.
Dopo i racconti della confessione di Pietro, la sua proclamazione dell’essere roccia e della possibilità di sciogliere e legare, dopo il primo annunzio della Passione da parte di Gesù e le parole dure che deve dire a Pietro che non pensa secondo Dio, la liturgia ci conduce nel pieno del discorso ecclesiale che caratterizza il capitolo 18 del Vangelo di Matteo. Prima dei versetti che leggiamo, Gesù parla del Regno dei cieli, solo chi è come i bambini entra nel Regno, poi parla degli scandali e della necessità di non essere motivo di scandalo, dunque di vigilare su sé stessi e sul proprio cuore; poi comincia a parlare di chi si perde e della misericordia del Padre, che non vuole che qualcuno di questi piccoli si perda. Dopo questa affermazione, da tenere a mente, comincia il nostro passo: l’orizzonte, dunque, è quello della salvezza, quello della fraternità, quello della Chiesa. Consapevoli di ciò, possiamo rileggere le parole di oggi.
Di fronte al peccato del fratello, nel nostro cuore si muovono molte cose, dobbiamo ammetterlo a noi stessi; c’è la parte buona di noi che soffre perché il fratello sta nell’errore ed è lontano da Dio, che soffre per la distanza che con il suo peccato egli mette tra di noi nella ricerca di Dio. Poi, però, ci sono parti di noi che soffrono solo per l’ingiustizia eventualmente ricevuta, e dunque egoisticamente; ci sono parti di noi che non accettano che quel fratello o quella sorella non ci garantiscono più la sicurezza che riponevamo in loro, che quella persona non è “come pensavamo noi”; ci sono parti di noi che giudicano, mettendosi sopra all’altro e pensando che a noi una cosa del genere non potrebbe mai avvenire. Ancora, altre parti di noi provano una sottile soddisfazione di fronte al peccato del fratello, non solo perché questo ci fa sentire migliori di lui ma anche perché così, noi e gli altri, potremo essere concentrati su quel peccato e distrarci da noi, dai nostri peccati, dalle nostre angosce, dalle nostre ansie, dalle nostre paure. Per alcuni, quest’ultima prospettiva, non combattuta dentro, può diventare un abitus, cioè un’abitudine, come un abito che si indossa: si vanno a ricercare continuamente gli errori degli altri, anche quelli banali, che diventano continuamente motivo di malessere, di fatica relazionale; c’è sempre qualcuno che sa più di un altro cosa è giusto fare, cosa è giusto dire, come è giusto essere. L’altro non lo si vede proprio e, soprattutto, non si soffre per lui e per il suo peccato perché il motore interiore che spinge non sono amore e compassione ma bisogno estremo di salvare sé stessi, sempre e comunque. Non è facile ammettere a noi stessi di provare qualcuno di questi sentimenti negativi, perché ammetterlo ci provoca dolore; eppure oggi il Vangelo ci chiede di farlo e di guardarci. Se quando un fratello sbaglia, e il peccato che commette è reale e anche grave, non andiamo da lui – e solo da lui – per affrontarlo ma troviamo mille altre vie, dobbiamo chiederci il perché. È paradossale ma il peccato dell’altro può essere anche un’occasione: l’occasione per leggere nel mio cuore cosa lo abita – probabilmente molte cose insieme – e, soprattutto, quali sentimenti scelgo di alimentare nei confronti dell’altro. «Nessuno è buono se non Dio solo» dice Gesù al giovane ricco che si pone davanti a lui con la propria giustizia (Mc 10,18); in base anche alla nostra storia familiare, tanti sentimenti contraddittori e anche cattivi si alternano nel nostro cuore: quello che tocca a noi, in ascolto della via di Dio, è alimentarne alcuni e farne morire altri, per diventare «santi come il Signore è santo» (Lv 19,2). Allora il peccato di un fratello contro di me, diventa occasione per guardarmi dentro, con onestà, senza negare sentimenti che se non portati alla luce rischieranno di gestire il mio cuore nelle tenebre; scoprirò le radici del peccato anche dentro di me, scoprirò che non sono migliore di quel fratello e che anche io posso peccare e pecco, come Elia che, nello sconforto totale, scopre la sua miseria ed esclama «non sono migliore dei miei padri» (1Re 19,4). Allora, come desidero la salvezza per me, così comincerò a desiderarla per il fratello che ha peccato; e lo incontrerò personalmente, nell’amore e non nel giudizio, sperando per lui che capisca e si ravveda; in questo modo il peccato del fratello diventerà per me occasione di crescita, di amore, di misericordia. Tante volte, invece, il peccato dell’altro conduce al peccato anche me; ci avvertiva già il Levitico «non odiare il tuo fratello nel tuo cuore; correggi francamente il tuo compatriota e non gravarti di un peccato a causa sua» (Lv 19,17) e lo sottolinea anche San Francesco nella sua XI ammonizione: «in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo di Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa». Il peccato dell’altro può far peccare anche noi non solo quando quell’esempio ci seduce e cadiamo nello stesso peccato, ma anche quando smettiamo di amare e di volere la salvezza di quel fratello, non deponendo l’ira che quel peccato ci genera. È chiaro, questo pure dobbiamo dircelo, qui si parla di peccati veri, non di piccoli dispiaceri relazionali a motivo del fatto che l’altro è diverso da noi e da come lo vorremmo, da quello che ci aspetteremmo da lui. Si può dialogare su tutto ma non si può gettare addosso a un fratello qualcosa che non è veramente un peccato o una colpa, come se lo fosse; anche rispetto a questo ci vuole un grande discernimento: ciò che non è una vera colpa del fratello, posso lasciare che muoia nel mio cuore o farne occasione di dialogo ma non di correzione.
Se colui che deve correggere ha fatto un lavoro dentro di sé, di discernimento rispetto alla colpa dell’altro e di purificazione rispetto ai sentimenti che prova, va dal fratello e lo ammonisce in merito al peccato commesso, ma il fratello non ammette l’errore e “non ascolta”, allora bisognerà interpellare altri due o tre testimoni con cui incontrarlo. Il fratello corretto è chiamato ad “ascoltare”: è molto interessante, non si parla subito di conversione, di richiesta di perdono, si parla di ascolto. Ovviamente qui la parola ascolto è carica di tutto quello che significa per Israele: ascoltare è dare credito a un altro, è far entrare dentro ciò che si ascolta, è confrontarsi davvero con quelle cose; così l’ascolto può diventare obbedienza e diventa incontro. Magari il fratello avrà bisogno di tempo, ma un tempo non vuoto, un tempo nel quale lavorerà nella sua interiorità per collocare dentro di sé e davanti a Dio quello che quei fratelli gli hanno restituito nell’amore. Se però quell’ascolto non ci sarà perché il fratello non proverà proprio a mettersi in discussione, a vedere il suo errore, a correggersi, allora bisognerà interpellare tutta la comunità, la Chiesa; la comunità intera chiederà di essere ascoltata, se non sarà così, allora quel fratello diventerà come un pagano e un pubblicano. Frase dura, controversa, interpretata in tanti modi; vuol dire esclusione dalla comunità, uscita da essa? Vuol dire, sicuramente, che quel fratello che non ascolta ha escluso nel suo cuore i fratelli che lo hanno interpellato fino alla comunità ecclesiale intera, allora è giusto attivare azioni conseguenti che rendono visibile la posizione che quella persona sta assumendo: non si sta comportando da fratello, si sta ponendo come un pagano e un pubblicano. È lui che si sta mettendo fuori. Forse, dando credito al suo comportamento e alle sue conseguenze, la comunità può sperare che egli poi comprenda il suo errore e si ravveda. Pagani e pubblicani sono stati incontrati e amati da Gesù, sono stati sempre quelli di fuori a cui Gesù ha cercato di portare l’annuncio della salvezza, quelli da convertire, quelli da amare facendogli una proposta concreta di vita e di conversione. Quel fratello che non si è convertito, che non ha ascoltato neanche la comunità tutta, è diventato così: va amato, in un nuovo annuncio di salvezza di cui ha bisogno, in una nuova possibilità di guarigione dalla quale si è escluso con il suo “non ascolto”. Fare finta di niente, fare come se fosse “un fratello” come prima, significa non rispettare la verità del cuore e della scelta di quell’uomo, che lo rende un pagano e un pubblicano, significa togliergli quella nuova occasione di salvezza e di conversione che bisognerà invece proporgli. Se si fa finta di nulla ed è tutto come prima, quel fratello è perduto e non tornerà mai a essere veramente fratello! Il Signore ha consegnato alla comunità dei fratelli la possibilità di legare e sciogliere, insieme a Pietro; il discernimento della Chiesa può restituire agli uomini il senso e il valore delle loro scelte, nel bene e nel male. Il Signore crede in noi, crede nella possibilità che possiamo trovare le vie per amarci, correggerci, convertirci, sostenerci, stare insieme in Lui; egli affida alla possibilità di “accordarsi”, come gli strumenti di un’orchestra, quella di essere esauditi nelle preghiere fatte. Anche questa volta tutto si gioca nell’ascolto: se c’è un fratello che “non ascolta”, come potrà accordarsi con gli altri e come potranno suonare insieme una musica non stonata?
Così, come è necessario che le comunità assumano la verità della scelta dei suoi singoli membri, per la loro salvezza, così correggere dal peccato e denunciare il male è un obbligo; secondo tutte le caratteristiche che dicevamo sopra, la profezia di Ezechiele di oggi ci ricorda che, visto il male, non possiamo non dirlo al fratello. Se non lo diciamo, gli togliamo un’occasione di salvezza e quel peccato diventa anche nostro perché diventiamo anche noi responsabili della morte del fratello. Questo, però, comporta assumersi veramente l’altro con tutto il suo carico di vita, di dolori, di gioia, di fatica; questo significa vivere veramente “con”: la comunità ecclesiale non è un luogo dove ci si incontra per delle celebrazioni e poi, di fatto, ognuno vive per sé. La comunità è un luogo in cui l’altro mi appartiene, la sua salvezza è anche la mia, mi salvo con lui e non da solo, sia quando pecca lui che quando pecco io. Il Signore ha pensato che possiamo farcela. E perché, invece, le nostre comunità non sono questo?
Sorella Michela Arnone
