13 Settembre 2026/ Anno A

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Sir 27,33-28,9; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Non sembra proprio la stessa persona, quel servo che un attimo prima è prostrato ai piedi del padrone a chiedere misericordia e che, un attimo dopo, prende per il collo e quasi soffoca quell’uomo che ha, invece, un debito con lui. Nella ricchezza della parabola che la liturgia di oggi ci presenta, questo particolare salta subito ai nostri occhi. Com’è possibile che lo stesso uomo che nella condizione di subordinazione e di debito sia mansueto e implorante, un attimo dopo si trasformi in un uomo violento, ora che si trova in una posizione di potere? Una violenza che dal padrone non ha ricevuto, anche prima che gli fosse condonato il debito; e ora, ancora di più, egli è stato liberato, sciolto completamente dal debito ma questo amore ricevuto non lo rende responsabile di un amore e una misericordia da operare. Prima di entrare nei particolari del racconto, che potrebbero sfuggirci se pensiamo di conoscere la parabola, ma che sono importanti per capirla davvero, salta subito al nostro sguardo una riflessione su quanto noi uomini veniamo fuori in modo diverso in base alle situazioni che ci troviamo a vivere; a volte, la verità del cuore emerge solo in particolari momenti, o quelli in cui esercitiamo un potere su altri, come in questo caso, o al contrario quando non lo esercitiamo più e non abbiamo più la protezione religiosa di certi ruoli che rivestiamo, magari anche nelle comunità cristiane. Chi guarda da fuori si stupisce, come i servi della parabola che poi racconteranno al padrone l’accaduto, perché l’emergere di una verità del cuore, che sembra in contraddizione con i comportamenti precedenti, può sconcertare. Eppure noi uomini siamo capaci, a volte, di camuffare la verità della nostra cattiveria per lungo tempo. tutti vogliamo salvare noi stessi; ma Dio conosce il nostro cuore e prima o poi si creeranno delle situazioni, cambieranno le condizioni e si rivelerà cosa abita davvero il cuore. Cosa fare? Non c’è più scampo? Due cose possiamo fare: ciascuno vigilare sul proprio cuore perché il rischio di questa ambiguità e doppiezza è per ciascuno; non cadere nel rischio di sapere sempre cosa l’altro dovrebbe fare nella situazione che vive e fare noi, poi, esattamente quello che nell’altro abbiamo criticato quando ci troviamo in situazioni simili. Quante volte la vita comunitaria ci fa mette davanti comportamenti tali! Prima che avvenga, ciò che ci è chiesto è di vigilare onestamente sul nostro cuore, senza distarsi continuamente nel giudicare l’altro. Sarà che, magari, intanto, ci convertiamo?? La seconda cosa che possiamo fare è non negare l’evidenza, quando emerge una malvagità che deve essere chiamata con il suo nome e rifiutata, come avverrà alla fine della parabola.

Il contesto nel quale Matteo pone questa parabola, che troviamo solo in questo vangelo, è quello del discorso ecclesiale del capitolo 18; essa è preceduto dal tema della correzione fraterna che la liturgia ci ha proposto domenica scorsa. Già lì, di fatto, è entrato in gioco il tema del perdono, sul quale oggi si scende in maniera più specifica. Pietro, con la sua domanda, dà la possibilità a Gesù di introdurre questa che è una parabola del Regno; come avevamo già trovato nei capitoli precedenti, qui Gesù fa questo racconto introducendo la questione con l’espressione consueta “il regno dei cieli è simile a”. Dentro al racconto, dunque, troviamo una rivelazione su un aspetto di questo Regno che Gesù è venuto a raccontarci e mostrarci, questo Regno che attende tutti coloro che lo accolgono, un regno che comincia qui ed ora, nella Chiesa, laddove ci sono uomini che “mettono in pratica la Parola e non sono ascoltatori soltanto”. Pietro, in realtà, è magnanimo: proporre di perdonare un fratello che pecca per sette volte contro di lui, in linea con la tradizione giudaica che chiede di perdonare colui che si pente e confessa, è molto di più di quello che indicherebbe il Talmud, cioè di perdonare fino a 3 volte. Per Gesù, però, non è abbastanza; Egli salta il livello quantitativo e numerico proposto da Pietro con una parabola che, in linea con le altre parabole del Regno, propone una sproporzione, una esagerazione, un qualcosa di paradossale che però sono le condizioni per raccontare Dio. La sproporzione è messa in campo dal debito che il primo servo ha con il suo padrone; quest’ultimo è un re e, dunque, il rimando a Dio è immediato. Nel regolare i conti con i suoi servi, arriva presto un servo che ha un debito insaldabile: 10000 talenti sono qualcosa di incredibile, se si pensa che i tributi che in un anno la Galilea pagava al re Erode ammontavano a 200 talenti, mentre per la Giudea, Samaria e Idumea a 600 talenti. Dunque, in un anno intero, in tutta la Palestina, non si arriva a far circolare 10000 talenti. C’è una esagerazione, allora, che però vuole capovolgere la logica numerica di Pietro parlando di una misericordia sconfinata, che viene da Dio, alla quale il discepolo è chiamato a conformarsi. Avviene nel racconto, infatti, che questo servo, che doveva essere venduto con la moglie, i figli e tutti i suoi averi per pagare il debito, chiede pazienza così da avere ancora tempo per pagare; anche se, è irrealistico, perché non sarebbe mai riuscito a saldarlo davvero quel debito! Eppure ci prova, si getta a terra, rimane prostrato e dice al padrone di avere “marcotimia”. Sì, il termine che qui il greco usa non è in realtà pazienza ma macrotimia, che significa molto di più. Come se il servo dicesse: “Non ti concentrare sul debito, guardami con uno sguardo ampio, largo, grande, pensa a mia moglie, ai miei figli, ai miei beni”. Il racconto ci dice che il re prova compassione, con quel verbo che è splanknizein che indica le “viscere di misericordia”, quella compassione che si genera nel ventre e che è tipica della madre per suo figlio, un sentire che si muove nel luogo dal quale quel figlio proviene! La Scrittura è piena di questo termine per parlare della compassione di Dio verso i suoi figli. A motivo di questa compassione, allora, il re, non solo concede tempo al servo, un tempo che sarebbe stato comunque inutile, ma lo libera, lo lascia andare e condona il debito; leggendo il testo si sente proprio la forza della liberazione da una condizione invincibile, insuperabile. Così agisce Dio; anche qui c’è una sproporzione tra quello che il servo osa domandare e ciò che il re concede. Così egli è libero, è salvato, è perdonato. Questo perdono, però, non tocca le sue di viscere, non tocca la sua interiorità, non lo fa sentire responsabile. Poco dopo incontra un “con servo”; è forte qui il greco, l’uomo che ha un debito con il primo servo non sta sotto di lui ma gli sta accanto, è un servo come lui, con lui. Questo ci rimanda con grande forza all’esser tutti fratelli, tutti nella stessa condizione, seppure con continui piccoli debitucci di peccati ed errori da doverci perdonare a vicenda. Sono solo 10 talenti che quel “con-servo” dovrebbe pagare, quasi ridicolo se pensiamo al debito di cui si è appena liberato l’uomo. E qui qualcosa già comincia ad andare storto, come notavamo sopra, il servo tratta suo fratello con violenza, anche se lui non è stato trattato così per un debito ben più importante. Sembra che la scena di prima sia dimenticata da parte di quell’uomo, come se quella salvezza non ci fosse mai stata; ma la situazione poi precipita ancora di più. Comportandosi allo stesso modo del primo servo con il re, il con-servo si getta a terra e lo implora di avere macrotimia perché avrebbe poi saldato il debito; ma il primo servo non prova compassione e non lo ascolta, bensì lo fa gettare in prigione. Evidentemente, questo primo servo non ha “fatto esperienza” della liberazione e della salvezza, seppure l’ha ricevuta!

L’ingiustizia di questa azione viene poi riparata grazie all’intervento di altri servi, anche loro definiti con-servi, i quali soffrono per l’azione malvagia dell’uomo che non ha condonato il debito. Come suggeriva il testo poco prima, di fronte al male non si può tacere, bisogna denunciarlo. Questi servi da soli sono in grado di giudicare la situazione e coglierne l’ingiustizia, anche questo fa riflettere. E il re conferma, egli non si rattrista ma si adira, si arrabbia; egli fa chiamare il servo e gli restituisce ciò che ha fatto, è stato un servo malvagio, perché avrebbe dovuto avere pietà del suo servo così come lui stesso avevo ricevuto pietà. Il re non osa chiedere al servo “viscere di misericordia”, un sentimento profondo che racconta Dio; il padrone chiede di meno, chiede di “avere pietà”, un sentimento meno intenso ma alla portata del cuore dell’uomo. Il servo malvagio non ha possibilità di repliche, non c’è nulla che egli possa spiegare: la sua azione ha reso chiaro il suo cuore, a tutti, ai suoi con-servi e al re. La realtà, nelle parabole, è molto più chiara e netta, non ci sono parole che possono abbindolare ma ci sono fatti che mostrano il cuore. Così la giustizia si ripristina perché, come il secondo servo sta in prigione, anche il primo sarà gravato di nuovo di tutto quel debito, in mano agli aguzzini; un debito che è sproporzionato e dunque non potrà mai pagare.

Se comprendessimo quanto è grande ciò che Dio ci perdona, continuamente, se comprendessimo e facessimo esperienza davvero del suo amore, non saremmo così attaccati a quei piccoli debiti che altri fratelli (i nostri con-servi) hanno con noi; la macrotimia con cui Dio guarda alla nostra vita e alla nostra persona, non concentrandosi solo sul nostro peccato, sarebbe quella che cerchiamo di esercitare nei confronti dei nostri fratelli. Siamo tutti sullo stesso piano, qualcuno pecca più gravemente qualche volta, altre volte tocca a un altro; se non ci sentiamo così, se qualcuno si sente sopra mentre è un con-servo, non sarà in grado di avere pietà, come egli stesso ha ricevuto pietà.

Arriva, a questo punto, in modo ancora più spiazzante e forte la parola del Siracide che leggiamo nella prima lettura; i contenuti sono gli stessi della parabola. L’uomo che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Quando riceviamo dei torti, anche grandi, ci sentiamo autorizzati a provare ira e rancore; ma questo ci rende peccatori. Non siamo noi, con l’ira e il rancore, a dover ripristinare la giustizia, solo Dio può farlo. Se l’uomo che subisce il male non lotta per perdonare e deporre l’ira e il rancore, è il suo cuore che diventerà corrotto, è lui che diventerà un peccatore; perché sopra di noi c’è un Dio che ha a cuore me e l’altro, anche quello che mi ha fatto del male. Quanto male si genera a motivo dell’incapacità di perdonare, della non volontà di perdonare? Perdonare non è derubricare il male, dire che non è successo, che va tutto bene; perdonare significa sapere di aver bisogno anche noi di perdono, sapere che Dio non può guarirci finche scegliamo di far abitare in noi rancore e odio. Se scegliamo questo, Egli non potrà portare a compimento la sua alleanza con noi.

sorella Michela Arnone

Eugène Burnand (1850-1921): “Rendimi quanto mi devi!” Parabola del servo spietato (dalla serie: “Le parabole” 1908)