16 Agosto 2026/ Anno A
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260816
Is 56,1.6-7; Rm 1,13-15.29-32; Mt 15,21-28
Due domeniche fa la liturgia ci proponeva il passo della moltiplicazione dei pani del Vangelo di Matteo, che troviamo al capitolo 14; l’evangelista nel capitolo 15 pone una seconda moltiplicazione, subito dopo l’episodio che leggiamo oggi. Mentre nella prima sono avanzate 12 ceste, nella seconda ne avanzano sette: 12 sono le tribù di Israele, 7 sono i popoli della terra, per come si credeva al tempo di Gesù. La seconda moltiplicazione, allora, ha come l’obiettivo di mostrare che quel dono di salvezza posto da Dio in Cristo, quel dono della vita che Egli è venuto a elargire in abbondanza, davvero è per tutti gli uomini e non solo per Israele. L’alleanza con Israele non sarà più esclusiva, ma sarà la via attraverso la quale si arriverà a tutte le genti. Questo “sogno”, in effetti, non è estraneo alla fede di Israele, in più punti nell’Antico Testamento lo si esprime, come nel passo di Isaia che leggiamo come prima lettura. Si tratta dei capitoli di apertura del cosiddetto terzo Isaia, gli esiliati sono ritornati in patria dopo l’esilio a Babilonia, dopo un tempo difficile ma che certamente ha aperto tante prospettive. Il profeta fa capire che il sogno di Dio è che tramite Israele la salvezza arrivi a tutte le genti: la mia casa sarà casa di preghiera per tutte le genti, li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. Israele diventa un luogo di attrazione al quale si giunge per lodare quel Dio che vuole dare la gioia a ogni uomo; la via? Israele sa indicarla, si tratta di santificare il luogo e il tempo: con l’evocazione del sabato e del tempio, infatti, si parla delle due dimensioni attraverso le quali l’uomo riconosce e restituisce a Dio il suo posto nella vita e nel tempo. Questo riconoscimento apre alla preghiera, alla richiesta di salvezza e, dunque, Dio può “colmare” di gioia, cioè donare quella gioia sovrabbondante che non ci si può dare da soli, che viene dalla relazione e che si colma, cioè è piena, sono nella relazione con Lui. Siamo felici, nelle relazioni, quando amiamo e quando chi sta dall’altra parte ci ama veramente: e chi ci ama in maniera piena è solo Dio.
La partecipazione degli stranieri alla salvezza portata da Cristo è il cuore del racconto evangelico di oggi, seguito dalla seconda moltiplicazione dei pani, ma preceduto da una disputa con i farisei su temi che riguardano la purità rituale; Gesù svela un inganno posto dai suoi interlocutori, un inganno del cuore più che delle parole: si tratta di un popolo che lo onora con le labbra, come ha profetato Isaia, ma non con il cuore. La lode nei confronti della fede della donna cananea, subito dopo, crea un contrasto fortissimo: non si tratta di osservare dei riti solo esternamente, ingannando gli altri e spesso anche sè stessi, ma si tratta di avere fede davvero! Non possiamo, però, ingannare Dio che conosce il nostro cuore. Gesù si dirige una zona pagana, sta passando di là e da lontano sente la voce di una donna che urla verso di lui e il gruppo dei discepoli: ella cerca salvezza per la figlia posseduta da un demonio. Cananea significa che è pagana, i cananei sono il popolo che abitava le terre prima che Israele arrivasse; o forse è una donna fenicia, come dice Marco che la definisce siro-fenicia quando racconta lo stesso episodio di Matteo (Mc 7,24-30). Sono lontani, Gesù e la donna, solo la sua voce alta copre quella distanza. Gesù non fa nulla, evidentemente la donna continua e diventa tanto importuna per i discepoli che sono loro, per primi, ad avvicinarsi fisicamente a Gesù e implorare che la esaudisca, perché almeno smetta di dargli fastidio: la donna, qui, è ancora lontana. Gesù però risponde ai discepoli che la sua missione è rivolta a Israele, egli deve portare salvezza a coloro che sono del popolo e che si sono perduti: questo dialogo con i discepoli è specifico di Matteo, non lo troviamo infatti nello stesso racconto che Marco ci popone. Matteo vuole farci comprendere, attraverso le parole di Gesù, che c’è un motivo preciso per il quale non sta ascoltando la richiesta della donna, egli pensa che la sua missione sia rivolta al popolo dal quale lui stesso proviene, a Israele. Non sappiamo se per il racconto la donna sente le parole che Gesù dice ai discepoli, forse no, ma con un atto di coraggio ancora maggiore si avvicina, colma lei la distanza fisica che la separa da Gesù e ripete la richiesta, «Signore, aiutami»; semplice, essenziale, quanto il “Signore, salvami” che Pietro ha gridato a Gesù mentre affondava nel mare. Allora Gesù, ancora convinto della sua posizione nonostante l’insistenza della donna, trasferisce a lei lo stesso contenuto dato ai discepoli, con una parola che ci può sembrare quasi dispregiativa: c’è un padrone che elargisce i suoi doni, il pane ritorna, e che deve darlo ai figli, cioè Israele, e non può invece “gettarlo”, dunque perderlo, per i cagnolini. Attraverso le sue mani, la sua benedizione, la sua invocazione al Padre poche righe prima si è saziata una moltitudine di gente; e ora Gesù, figlio della tradizione e della cultura di Israele, teme che rispondere alla donna sia togliere qualcosa, teme che il pane diminuisca e non si moltiplichi. Che coraggio hanno avuto gli evangelisti a raccontare un episodio del genere; eppure, è stato importante farlo, in un tempo nel quale la Chiesa si andava formando e doveva comprendere bene la relazione con la fede e la tradizione di Israele, tra mille conflitti e diverse vedute, testimoniate anche negli Atti degli Apostoli, negli scontri tra Pietro e Paolo e che poi confluiscono nel concilio di Gerusalemme. Gli evangelisti non hanno temuto di esprimere la difficoltà della questione anche teologica mostrando come anche per Gesù stesso c’è stata un’evoluzione nella comprensione; non bisogna temere questo ma neanche irrigidirsi, solo la preghiera e la relazione con il Padre garantiscono che la Sua verità si riveli gradualmente e in modo sempre più profondo. Chi crede di dover deporre delle vocazioni dicendo che “all’inizio non pensava che era così”, forse non si è mai confrontato fino in fondo con la voce dello Spirito che ti scomoda continuamente e con la vicenda di Gesù. Meno male che Gesù non ha ragionato così, perché se avesse ragionato così e non si fosse lasciato convertire anche lui dalla fede pura e profonda di questa donna, io e voi – tutti provenienti dal paganesimo rispetto a Israele – non saremmo stati salvati! E allora, di fronte alle parole forti della donna, che ha tanta fiducia nel pane che quel Signore, figlio di Davide, può donarle, che le bastano le briciole per “colmare” la sua richiesta. È un paradosso, ma la fede di quella donna le fa credere fortemente che è così. Gesù rimane sconcertato positivamente dalla fede di questa donna, lei gli sta dicendo che quel poco che viene da Dio diventa pienezza, come è successo con il pane. E Gesù comprende: se una donna pagana può avere tanta fede in me, non solo posso esaudire la sua richiesta e non toglierò nulla ai miei primi figli, ma ella diventerà un esempio anche per loro. La casa di Dio si spalanca, si apre, quella bambina guarita dal demonio, che non compare mai sulla scena, diventa il segno che la salvezza del Dio di Israele è per tutti. Per tutti quelli che scelgono la fede, quella vera, quella sulla quale non possiamo ingannare Dio.
Sorella Michela Arnone
