2 Agosto 2026/ Anno A
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260802
Is 55,1-3; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21
«Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente» (Sal 145,16).
Tutte le letture oggi proposte dalla liturgia condividono uno stesso contesto, seppur parlando di situazioni molto differenti e distanti nel tempo; uno stesso contesto che ci permette non solo di comprendere meglio i testi ma anche di guardare una stessa situazione da varie angolature. Nella prima lettura, tratta dal secondo Isaia, ascoltiamo un appello del Signore, modellato molto probabilmente su acquaioli e venditori ambulanti di derrate alimentari tipici delle piazze dell’Oriente; è un appello accorato, che però diversamente dal modello, non ha il fine di vendere, bensì di annunciare qualcosa di unico: la gratuità del cibo e della bevanda offerti e che Dio stesso dona agli uomini. Quali sono, però, i primi destinatari di questo appello? E perché si parla di un denaro speso per ciò che non sazia? Ecco che il contesto ci viene in aiuto: il profeta scrive agli esuli che si trovano in terra straniera, coloro che sono a rischio di dimenticare l’alleanza e le promesse di Dio. Alcuni di loro si stanno adagiando e adattando al paese in cui si trovano, probabilmente anche comprando case, creandosi situazioni di benessere passeggero per superare il dolore della perdita della patria; essi stanno puntando sulle loro risorse e sul fatto di doversi procurare da soli cibo, bevanda, stabilità. Allora il profeta interviene con un appello accorato, quasi urlato come nelle piazze delle città, per risvegliare il popolo nei confronti di Dio, della Sua presenza e della Sua volontà. «Anche se siete in un momento difficile e non comprendete dove sia Dio e dove siano finite le Sue promesse, non vi dimenticate di Lui: solo da Lui potete attingere quell’acqua che disseta davvero per la vita eterna, e la prendete gratuitamente non perché ve la meritate con il lavoro o con le buone opere, ma perché Dio vi ama e da Lui potete attingere la vita! Non vi adagiate a una condizione che è solo un passaggio, che è un tempo in cui continuare a esercitare la fiducia in Dio, come quando siete stati nel deserto: il deserto non era la destinazione e non lo è neanche oggi la terra straniera. Non vi dimenticate di Dio, la sua promessa è aperta, è valida, Egli ve la ribadisce, la promessa di quell’alleanza eterna. Se vi avvicinate a Lui, Egli anche oggi vi dà quell’acqua che vi disseta, quell’acqua che è la Sua parola, quell’acqua che vi permette di sostenere ogni fatica. Però avvicinatevi a Lui per prendervela altrimenti Egli non può fare nulla per voi. Vedete, è disposto a vestire i panni di un venditore ambulante a costo di urlarvi che solo da Lui dovete andare» … Possiamo sentir dire al profeta queste parole anche per noi oggi, che magari ci troviamo davvero in un tempo straniero, in una condizione in cui non comprendiamo più dove sia finita la Sua promessa; ci manca quella terra promessa in cui un poco abbiamo vissuto ma che ci è stata tolta. Anche davanti a noi si pone la stessa scelta che si pose di fronte a quegli uomini in esilio nel VI secolo a.C: trovare il modo di sopravvivere, procurandoci da soli quel benessere e quella stabilità di cui abbiamo bisogno, anche se in una condizione che non è quella che Dio vuole da noi, oppure fare ritorno a Dio con tutto il cuore, confidare in Lui e attendere i tempi dell’uscita dall’esilio, dissetarci davvero all’acqua viva che Egli ci dona, attraverso i sacramenti – confessione, Eucarestia – e attraverso una vita fraterna sincera. Quella condizione di stranieri e pellegrini, che è propria dei cristiani, non ci piace veramente quando la sperimentiamo e la viviamo nelle concrete situazioni a cui la vita ci porta; allora pensiamo a sistemarci: chi compra davvero case e si sistema in luoghi comodi senza farsi smuovere dalle promesse di Dio, chi si adagia in relazioni addomesticate che non disturbano la propria quiete, facendo anche attenzione a eliminare ed evitare i contesti che contraddicono, chi si continua ad alimentare delle proprie idee e illusioni, attingendo alla propria acqua e non a quella di Dio, a costo di non affrontare la triste verità della propria fallibilità, della propria fragilità e delle proprie cadute. Non si avvicina all’acqua che Dio propone colui che non comprende di avere bisogno di quell’acqua; allora non ci si disseta e non si sa stare nei tempi difficili, che diventano occasioni di grandi tentazioni e fratture dell’alleanza con Dio.
Il contesto di contrarietà, di difficoltà, lo ritroviamo in modi diversi negli altri due testi. Il famosissimo passo della lettera ai Romani, in cui Paolo dice che nulla potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, con chiarezza evoca situazioni faticose. In tempi favorevoli e se non ci fosse il rischio reale di essere separati dall’amore, quel testo non sarebbe stato scritto. Paolo evoca tutte situazioni che in sé potrebbero di fatto allontanarci da Dio; ai due poli, la vita e la morte, così tutte le tribolazioni che ogni cristiano vive come gli altri uomini ma anche tutte quelle che vive proprio perché è cristiano. Però nulla di tutto ciò può veramente separarci dall’amore di Dio; eppure noi sappiamo che non è così, tante volte ci si allontana dall’amore di Dio anche per molto meno rispetto alle cose che Paolo elenca. Perché? Perché, come ci aiutava a capire Isaia, nel tempo difficile possiamo pensare di dover salvare noi stessi: e allora facciamo crollare anche Dio. Se invece, anche di fronte alla spada, al pericolo, alla morte, alla vita, a ogni creatura ed evento della vita, Dio rimane per noi “Signore”, nessuna di queste cose saranno in grado di allontanarci da lui. È nel cuore che si gioca la vera lotta, dove in verità cerchiamo acqua e pane da Dio oppure da tutto il resto.
Ed è con queste consapevolezze che entriamo nella meravigliosa pagina di Vangelo di oggi; un attimo prima, all’inizio del capitolo 14, Matteo ha raccontato che Gesù ha saputo cosa è successo a Giovanni Battista e come è stato ucciso. Gesù ne soffre e comprende che quel regno che ha appena annunciato con le sue parabole, è rifiutato dagli uomini; vuole ritirarsi ma la folla lo segue e Lui ne ha compassione. C’è tutto l’amore di Dio in quella compassione, c’è tutta la volontà di Dio che noi uomini possiamo essere felici; allora Gesù li accoglie e guarisce i loro malati. Avrebbe dovuto preoccuparsi per sé stesso e invece si fa toccare dentro da quegli uomini che umilmente cercano “acqua viva”, cercano salvezza anche se non comprendono ancora bene che Gesù sia più di un taumaturgo che guarisce. Si fa sera e tutta quella gente dovrebbe mangiare, i discepoli vogliono mandarli via ma questa è l’occasione di Gesù per mostrare quello che Dio tante volte aveva già promesso e anche fatto: egli dà il pane, cioè la vita. Tutti si siedono e quel poco cibo che viene condiviso diventerà cibo che sfama tutti; non è la “moltiplicazione dei pani”, anche se la chiamiamo così, ma è la benedizione e condivisione del pane. Il pane è un simbolo potente, assomma in sé non solo tutti i bisogni materiali, ma anche quelli spirituali: a tavola si stringono le relazioni, si vive l’intimità, ci si consegna ai fratelli. La tavola, simboleggiata nel pane, indica molto di più del semplice pasto: ed è quel di più che Cristo dona, a chi umilmente si mette sulle sue tracce perché sa di avere bisogno di Lui. Tante scene bibliche dell’Antico testamento sono evocate in questo passo, rendendolo ricchissimo di sfumature e significati, rendendolo un momento di compimento ma anche di prefigurazione del pane eucaristico che sarà donato: Gesù stesso si farà pane. Si evocano Elia ed Eliseo che hanno avuto compassione e fatto miracoli a loro volta (1Re 17,7-16 e 2Re 4,39-44), Eliseo che ha moltiplicato olio e pane (2 Re 4,1-7; 42-44); si evoca il miracolo della manna nel deserto in cui Dio dona da mangiare il pane quotidiano e quello delle quaglie (Es 16, Nm 11). Il linguaggio che l’evangelista usa, però, richiama fortemente la cena di Pasqua in cui Gesù si farà pane; una scena simile, per il territorio pagano, sarà raccontata al capito successivo, anche Marco ne racconta due episodi, solo uno Luca e uno Giovanni. Insomma, un racconto sommamente importante e di fronte al quale dobbiamo farci delle domande. Anche se non comprendiamo tante cose delle nostre vite e delle promesse di Dio, oggi dove saremmo? Chiusi nelle nostre case a cercare di salvare noi stessi, il nostro benessere e di trovare stabilità in ciò che ci creiamo da soli, oppure dietro a quest’uomo strano, in questa valle, in cui ci dimentichiamo anche di mangiare ma è Egli che provvede a noi, dandoci molto più che semplice pane?
Sorella Michela Arnone
