26 LUGLIO 2026/ANNO A
1 Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
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«Comprendete tutte queste cose?»: con questa domanda rivolta ai discepoli, il Gesù di Matteo conclude la serie di sette parabole del Regno, di cui oggi leggiamo le ultime tre. La parabola mette insieme una realtà ordinaria, qualcosa di conosciuto e semplice da immaginare e comprendere, con una realtà strana e straniante che vuole raccontare cosa sia e dove sia questo “regno dei cieli” che Gesù sta annunciando. Il lettore entra in questi racconti con semplicità, si lascia portare in maniera semplice in un campo dove oltre alla terra buona ci sono pietre e rovi, vede la zizzania crescere con il grano, vede un seme piccolo diventare un grande arbusto, entra in cucina e vede l’ordinario miracolo della pasta che lievita e cresce, immagina facilmente uomini alla ricerca di un tesoro o di perle preziose, vede pescatori chini sulle reti piene di pesci selezionare ciò che può essere mangiato e quello che deve essere gettato. Essere trasportati dentro a questi racconti permette a noi lettori di essere colpiti da quello che in essi avviene, anche se essi ci raccontano una realtà “altra”, complessa, capovolta che è quella del Regno. Queste parabole hanno il potenziale per essere comprese dai discepoli, a differenza degli altri che seguendo le logiche del mondo, come ci diceva Isaia, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non comprendono. Oggi l’attenzione si sposta sul fatto che c’è una reale possibilità di comprensione; una comprensione che non è solo intellettuale, non è un teorema matematico da capire, una comprensione che è esistenziale e che cambia concretamente la vita. Nell’ascoltare Gesù che rivolge a noi oggi questa domanda, ci viene in aiuto Salomone e quello che è raccontato nel famoso brano della prima lettura; egli è diventato re ma umilmente sa che il compito che deve svolgere è complesso e difficile. Fa un sogno in cui il Signore gli rivolge una domanda: anche qui c’è un Dio vivo e reale che interpella i suoi interlocutori con domande che chiedono risposta. Dio gli chiede cosa vuole per sé, cosa desidera di più. Salomone prende tempo, ci pensa mentre rievoca ciò che Dio ha fatto per suo padre Davide e per il popolo; e poi, non chiede ricchezza e lunga vita, come qualsiasi re avrebbe fatto, ma chiede un cuore che ascolti… Un cuore che ascolti cosa? Un cuore che ascolta Dio, ascolta l’uomo, ascolta il mondo, un cuore che così mette insieme tutto ed è in grado di discernere la giustizia, il bene dal male… Salomone chiede la saggezza, chiede di comprendere: «Comprendete tutte queste cose?». E lo ottiene perché quello che sta facendo non è solo un sogno ma è un incontro reale con Dio; il Signore gradisce questa richiesta perché questo è ciò che Egli desidera donare ai suoi figli, la sapienza, il discernimento. Questo, e non le ricchezze e la lunga vita, possono condurre alla pienezza. Grazie al cuore ascoltante, Salomone può diventare egli stesso giusto e, di conseguenza, prendere decisioni giuste per tutto il popolo. Tale sapienza, però, si chiede a Dio e da Lui la si riceve. Noi la chiediamo? Il desiderio di Dio quale desiderio incontra dentro di noi? Desideriamo “comprendere”?
Le tre parabole di oggi ci aprono due squarci sul Regno dei cieli: quello della gioia di chi entra nel Regno, di chi ne accoglie la dinamica e l’evoluzione, dall’altra parte quella del dolore che rimane a chi si mette fuori da questo Regno. Perché è chiaro che, poiché stiamo parlando di Dio, nessuno può metterci fuori dalle dinamiche del Regno: se ne siamo fuori e se ciò che sperimentiamo è dolore e non gioia, saremo stati noi stessi con le nostre stesse mani a metterci fuori. Le prime due parabole esprimono la prospettiva della gioia, vanno lette insieme e hanno lo stesso tema: la ferma decisione per il Regno di Dio di fronte al quale si mette in gioco “tutto”. L’unico tema della decisione è guardato sotto due prospettive: nel primo caso il regno è simile al tesoro, nel secondo caso il regno è simile all’uomo. Si sceglie per il regno se si riconosce davvero la sua preziosità: allora la prima parabola ci vuole far notare come la scelta di chi trova il tesoro è legata alla chiara consapevolezza che si è trovato qualcosa che è più prezioso di tutto, qualcosa che una volta aperto offrirà più bellezza ancora di ciò che poteva sembrare all’inizio, come quando si apre uno scrigno e a mano a mano escono le cose preziose. L’uomo che trova il tesoro comprende la sua preziosità e vende tutto per acquistare il campo in cui c’è il tesoro; insomma, a costo di avere il tesoro, si prende anche tutto ciò che c’è intorno a esso. Nella seconda parabola, dove c’è una perla “bella”, dunque preziosa, è l’agire dell’uomo che esprime la dinamica del regno: egli comprende che può vendere tutto il resto di ciò che possiede per quell’unica perla; la gioia, seppure si nomina solo nella prima parabola, caratterizza chiaramente entrambe perché racconta la libertà di chi è disposto a mettere in gioco la sua vita perché ha scoperto qualcosa di più prezioso.
Nelle due parabole notiamo la presenza di un lessico economico: vendere, comprare; è fortemente simbolico che il lessico economico venga usato qui, per raccontare una logica che si capovolge: per un tesoro o una sola perla preziosa si vende tutto il resto. Nel mondo economico tutto ha un prezzo, nessuno venderebbe “tutto” quello che possiede per acquistare un solo campo con un tesoro o una sola perla, per quanto bella e preziosa. La compravendita qui raccontata prevede, inoltre, un tempo di passaggio in cui non si ha più nulla – e non si ha ancora il tesoro o la perla –: si tratta di un rischio poco garantito! E invece il Regno ci racconta proprio questa logica: tutto quello che viene lasciato è inferiore a ciò che si è trovato; perciò subito e con semplicità questi uomini scelgono. Insomma, c’è un “tutto” da mettere in gioco. Non ci sono mezzi termini e mezze misure, perché con Dio non si fanno calcoli come in economia, dove almeno si mantengono le proprie umane sicurezze: c’è un tutto da giocarsi. Le due parabole usano la stessa identica espressione, panta osa exei, “tutto quello che aveva”, “tutte le cose che aveva”. Tre semplici paroline in greco ma che ci spiazzano e che sono chiarissime: chi ha pensato di “guadagnarsi” il regno dei cieli ma di non mettere in gioco tutto è fuori strada. A questi il Signore dirà “Non vi conosco, voi tutti operatori di iniquità”.
Così si apre la terza parabola che è diversa: qui il regno è simile a una rete gettata in mare che prende ogni genere di pesci. Al Regno sono chiamati tutti, ma non tutti ne sono degni, in mezzo ai giusti ci sono i malvagi, dice poco più avanti il testo in cui la parabola quasi viene già spiegata. La scena quotidiana che si richiama è quella della selezione che i pescatori in Israele dovevano fare perché i pesci senza lische, dunque senza scheletro, non potevano essere mangiati, secondo le prescrizioni del Levitico. Allora essi sono paragonati ai malvagi che saranno gettati nel fuoco, dove lo stridore di denti esprime una forte immagine apocalittica di dolore e assenza di gioia. In qualche modo qui si riprende il tema della parabola della zizzania, ma la prospettiva è diversa, si vuole sottolineare il dolore a cui si condanneranno i malvagi che dovranno essere scartati da un Regno dove domineranno la giustizia e l’amore. Fa riflettere il testo greco che dice riferito agli angeli: «Essi separeranno i malvagi di mezzo ai giusti»; si sottolinea, in qualche modo, quella dinamica che era pure della zizzania di stare in mezzo al grano, cioè il fatto che questi malvagi vogliono confondersi con i giusti, passare per essi, ma per finzione, non convertendosi veramente. Allora le tre parabole, che oggi chiudono il settenario, sono strettamente collegate da questa dualità di gioia e dolore, di uno scenario bello, limpido, genuino delle prime due parabole e di uno un poco tetro della terza, soprattutto quando si giunge alla fine e ci si ricollega alla fine del mondo.
Vediamo, però, che la domanda di Gesù che ci ha guidati dall’inizio, che nel racconto compare alla fine delle tre parabole, apre quasi una quarta parabola. Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un uomo padrone di casa… Si riprende esattamente lo schema delle altre parabole, “il regno dei cieli è simile a”, poi si racconta una dinamica. Qui si dice lo scriba “divenuto discepolo del regno dei cieli”; sembra quasi che le sette parabole si riversino in questo “discepolo del regno dei cieli”, in lui tutte le similitudini precedenti si potranno esprimere, come già si esprimono tutte in Gesù: attraverso di Lui chiedono di incarnarsi nel discepolo… Colui che ha venduto tutto e ottenuto il tesoro della parabola di prima, saprà tirare fuori da questo tesoro ogni sapienza e conoscenza, tutto ciò che riguarda la vita, le cose antiche e le cose nuove. Questa frase è un autoritratto dell’evangelista, certamente, che era uno scriba e poi è divenuto discepolo; eppure Matteo non avrebbe potuto usare solo per sé questa espressione, che è l’apice delle parabole, quelle in cui tutte confluiscono. Sono sette parabole, indicano una totalità, chiedono uomini in cui prendere vita, chiedono discepoli disposti a farsi capovolgere dal Regno. Entrare in questo capovolgimento, dando tutto per acquistare il tesoro, fa entrare il discepolo nella possibilità di incarnare il Regno in ogni situazione, di comprendere dove sta il Regno e dove no, nelle cose antiche che ritornano e in tutte le novità che nascono. Il discepolo avrà la sapienza di Salomone e anche di più, nelle cose antiche e in quelle nuove. Il discepolo sarà chiamato, giustificato, glorificato: questo è il percorso donatogli dall’infinita misericordia di Dio; non tutto della sua vita sarà lineare né semplice, ma, capovolto dalla dinamica del Regno dei cieli, tutto concorrerà al bene suo e degli altri, perché Egli ama Dio.
Sorella Michela Arnone
