7 giugno 2026/ Anno A

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Dt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

Ogni domenica, al di là del mistero specifico che contraddistingue una specifica liturgia, ordinaria o festiva, il centro della celebrazione è l’Eucarestia, il centro è ritrovarsi tra fratelli intorno all’altare del Signore per ricevere il Suo corpo e il Suo sangue. Ogni domenica, quel messaggio che ci giunge attraverso la Parola di Dio, quella provocazione, quella consolazione, quella novità, quella richiesta si fanno pane che  essere masticato e assimilato da noi; attraverso il dono del corpo di Cristo, rinnovato ogni domenica, quelle cose che ascoltiamo non restano fuori di noi, ma si trasformano, si fanno carne ed entrano in noi per cambiarci da dentro, per portarci la forza dello Spirito che ci apre il cuore e ci rende possibile ciò che sembrerebbe impossibile. Le provocazioni, le consolazioni, le novità, le richieste che vengono dalla Parola di Dio si condensano in Gesù, nella sua persona, nel suo essere risorto, nel suo farsi pane e donarsi per essere da noi mangiato; Egli è la provocazione, Egli è la novità, Egli è la richiesta, Egli è la consolazione: non in modo fisso e statico, ma in modo sempre nuovo rispetto alla nostra vita e alla nostra concretezza, qui e ora. Questo è ciò che avviene ogni domenica e che vuole diventare un vero cammino di santità, di crescita con i fratelli, di novità per la Chiesa, di corsa della storia della salvezza, se noi siamo disposti a tutto questo, se noi ci mettiamo in ascolto, ci lasciamo davvero interpellare e convertire, convinti che Egli è il Signore, convinti che solo in Dio sta la vera pienezza della nostra vita.

Allora, dobbiamo chiederci, come mai è necessario dedicare una specifica domenica all’Eucarestia? La storia ci viene in aiuto; la festa è stata istituita nel 1264 da Papa Urbano IV in risposta a un tempo nel quale correvano eresie secondo le quali l’Eucarestia fosse un simbolo. Oltre alle visioni di Santa Giuliana di Cornillon proprio sulla necessità di una festa dedicata al Corpo di Cristo, nel 1263 a Bolsena avvenne il miracolo eucaristico; durante la messa, infatti, mentre il sacerdote dubitava della presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, l’ostia cominciò a sanguinare. Riconosciuto il miracolo, l’anno dopo venne istituita la festa che, da allora, viene sempre celebrata. Il suo valore principale, perciò, è quello di ricordare e celebrare che l’Eucarestia non è un simbolo, non è un rito qualsiasi, l’Eucarestia è la presenza reale di Cristo, è la carne di Cristo data per la vita del mondo. E, ogni volta, presenza reale chiama presenza reale: solo se la nostra persona è realmente nella celebrazione, non presa e distratta da mille cose e preoccupazioni, ma consapevole di stare con dei fratelli reali di fronte alla reale presenza del Cristo, allora quella comunione, con Lui e con i fratelli, è realmente possibile. Concretezza, vita vera, carne e sangue, pane e vino: la celebrazione di oggi ci fa concentrare su tutto questo, affinché ci ricordiamo che se anche Dio non lo vediamo, Egli si manifesta nella corporeità e materialità più di quanto riusciamo a comprendere. L’Eucarestia rende eterna l’incarnazione: Dio presente nella carne di un uomo, Gesù, rimane presente ogni giorno nella materialità di un piccolo pezzo di pane. Su quel pane, consacrato, avviene qualcosa di straordinario, com’è avvenuto in Maria generando il Figlio di Dio: il pane si trasforma in Corpo e il vino si trasforma in Sangue. Restano le specie, ma cambia la sostanza. Pane e vino, elementi fondamentali della terra, nutrimento basilare per l’uomo, per il sostegno della vita e per la gioia; Cristo si fa pane e vino, per dire all’uomo che Egli non è estraneo ai suoi bisogni essenziali, ma li trasfigura donandogli la vera forza per il cammino della vita e la vera gioia, che nessun pane e nessun sorso di vino possono dare.

Di tutto questo dobbiamo fare memoria oggi; i testi che la liturgia ci sottopone quale Parola che viene da Dio e che poi, come dicevamo, vuole farsi carne e sangue, attraversano tre prospettive convergenti. Nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio, siamo di fronte al discorso esortativo di Mosè al popolo: “ricordati”, “non dimenticare” sono le due parole chiave, le due facce della stessa medaglia. Cosa bisogna ricordare/non dimenticare? L’esperienza che si è fatta di Dio mentre si era nel deserto; in quella condizione estrema è stato più semplice per Dio rivelarsi e per l’uomo scoprire sé stesso. Lì Dio ha operato, ha donato la manna quando non avevano da mangiare; essa era quella brina che compariva come rugiada al mattino, che poteva essere impastata per fare focacce, ma che non poteva essere conservata; ha donato l’acqua che è sgorgata dalla roccia quando avevano sete e non c’era acqua. Il valore del dono del pane, sembra dirci il Deuteronomio, si scopre quando si è nella debolezza, nella povertà; si scopre quando si è messi a contatto con il proprio limite davvero. Non dobbiamo pensare solo ai momenti di difficoltà, alle crisi che attraversano le nostre vite; come se solo allora ci possiamo accorgere della salvezza che viene da Dio sotto forma di pane. Penso che il momento davvero critico è quello nel quale entriamo in contatto profondo con la nostra incapacità di amare, con la nostra lentezza e piccolezza nell’amore, quando scorgiamo il nostro egoismo e che le radici delle nostre azioni – anche quelle più nobili – stanno nel bisogno di fare qualcosa per noi stessi. La scoperta della debolezza del nostro amare e dell’egoismo che contraddistingue il nostro amare sono il deserto che dobbiamo attraversare, per scoprire davvero il senso del pane eucaristico. Se non proviamo dolore per quell’incapacità di amare, allora non ne stiamo facendo davvero esperienza; benedetto quel giorno in cui ci scopriamo egoisti e lenti nell’amore, con un amore per i nostri fratelli e per Dio che è “come nebbia che al mattino si dissolve”. Questa scoperta, allora, ci farà scorgere quella manna che i nostri padri non conoscevano: è quel pane donato, il Corpo di Cristo, che ci converte nell’amore, che trasfigura e potenzia il nostro amare rendendolo divino. Questo succede dentro e succede quando ci apriamo a essere trasformati.

La seconda lettura, in soli due versetti, ci offre le parole più chiare e nette sull’Eucarestia di tutta la Scrittura; i discepoli comprendono, e Paolo lo esprime qui nel contesto in cui si discute sulla non opportunità di mangiare la carne immolata agli idoli, che ciò che mangiamo ci trasforma; ciò che mangiamo lo assimiliamo, diventa parte di noi e noi diventiamo, in qualche modo, ciò che mangiamo. Perciò, mangiare il pane e bere il calice significa entrare in comunione con il corpo e il sangue di Cristo: la comunione non è solo del singolo ma è comunione tra i fratelli, che benché molti, diventano uno in Cristo. Ecco, chiaramente, l’unico vero luogo nel quale si fa l’unità: l’Eucarestia. Unità concreta, tangibile, come concreta e tangibile è l’Eucarestia, se i molti sono realmente presenti di fronte alla presenza reale di Cristo Risorto.

Il Vangelo ci porta a Cafarnao, luogo in cui viene posto da Giovanni il lungo discorso sul pane; luogo importante in tanti momenti della vita di Gesù, lì dove c’era la casa di Pietro, lì dove sono stati compiuti tanti miracoli (la figlia di Giairo e l’emorroissa, per esempio). Lì, in quel luogo fisico concreto, Giovanni fa dire queste cose a Gesù; forse Giovanni le avrà riformulate e ripensate, dopo aver compreso alla luce dell’ultima cena e della Pasqua, cosa significano quelle parole scandalose. Sono parole scandalose davvero, di fronte alle quali o ci scandalizziamo anche noi e ce ne andiamo, oppure ci convertiamo: il pane è Gesù, è un pane vivo che viene dal Cielo. Solo mangiando il Suo pane, che è la carne del Figlio dell’uomo, si riceve la vita. La manna i padri non l’aveva conosciuta, dice il deuteronomio: prima novità; ma ora c’è la seconda, più grande novità: un pane che dà la vita eterna! Anche chi ha mangiato la manna nel deserto, ha avuto forza per il cammino, ma poi è morto. Questo pane, invece, dona la vita che non finisce. I Giudei sono turbati e si chiedono come possa fare Gesù per dare la sua carne da mangiare; la risposta è la Croce, è amando fino alla fine che Gesù può consegnare la sua carne perché venga mangiata. Quando abbiamo avuto il dono di amare profondamente qualcuno – pur nell’imperfezione egoistica del nostro amare – abbiamo sentito di poter dare la nostra vita all’altra persona, di poterci consegnare completamente, che l’altro poteva prendere vita da noi. Questa esperienza è quella che fa Dio, però solo con Lui è vero: dandosi completamente a noi, ci dona vita, ci dona la Vita.

Cosa ne faremo di questo dono?

Sorella Michela Arnone

William Kurelek (1927-1977): Ultima cena