5 Luglio 2026/A
Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260705
Se abbiamo seguito l’itinerario che la liturgia ci ha fatto fare in queste ultime domeniche, siamo ben consapevoli delle questioni che ruotano intorno alla missione: Gesù invia i discepoli ad annunciare il suo messaggio, ma questo è accompagnato da fatiche e difficoltà, guerre che si scatenano nel cuore delle relazioni più strette perché l’accoglienza di Cristo diventa una discriminante importante. Così, siamo giunti a domenica scorsa, con la proclamazione del primato assoluto che l’amore per Gesù necessita di avere su tutte le altre relazioni, affinché le altre relazioni siano libere davvero: Gesù, da forestiero, vuole essere accolto per diventare il nostro “familiare” più stretto, più intimo. Con il Vangelo di oggi ci troviamo al capitolo successivo, Gesù stesso parte per insegnare e predicare; vi è una lunga parentesi su Giovanni Battista che prepara le parole immediatamente precedenti al nostro brano. La liturgia non ce le fa leggere, per concentrare l’attenzione sulla lode che Gesù rivolge al Padre; ma per sentire e farsi provocare da quella lode, abbiamo bisogno di sentire anche le parole precedenti, affinché questo brano di oggi non sia decontestualizzato e non diventi – senza contatto con il discorso missionario – semplicemente un elogio dei piccoli e degli umili.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!”. (Mt 11, 20-24)
Sentiamole davvero queste parole per noi; sentiamole, se sappiamo che nella nostra vita e nelle nostre comunità, il Signore si è manifestato con abbondanza, ha fatto prodigi e segni, ci ha manifestato il Suo amore, ci ha donato fratelli con cui camminare, ci ha fatto crescere pur attraverso il dolore dello scoprirci imperfetti, ma facendoci vedere che possiamo lottare per essere pienamente liberi, non in maniera egoistica ma secondo quella pienezza di carità con la quale Dio ha pensato a noi quando ci ha creato; sentiamole, se abbiamo fatto esperienza, anche solo per un attimo, di poter prendere su di noi il giogo della vita fraterna, di quel vivere con l’altro mio fratello in Cristo che come me lotta e spera per costruire il Regno; sentiamole, se abbiamo visto vite cambiare, cuori aprirsi, mani chiedere aiuto; sentiamole, se sappiamo che Dio è passato in mezzo a noi con i suoi prodigi. Eppure, quei prodigi possono stare insieme al rifiuto di convertirsi: quelle città vengono rimproverate da Gesù perché “a chi più sarà dato, più sarà chiesto”. Rifiutare Gesù e la conversione non è sempre plateale, non significa solo rifiutarlo formalmente e a parole; c’è purtroppo un rifiuto più sottile e più pericoloso, che mette a rischio le comunità e rispetto al quale ciascuno di noi deve interrogarsi seriamente. È il rifiuto di chi si dice appartenente a Cristo, continua a frequentare le comunità, continua a nutrirsi del cibo eucaristico, continua a proclamarsi credente, ma di fatto non accetta di perdere per il Vangelo, non accetta quel giogo per il quale la vita non la si conduce più da soli ma la conduce Lui; a costo di non perdere per il Vangelo e di uscirne vincenti da tutte le situazioni, si arriva a calpestare relazioni e a proclamarsi sfacciatamente sempre “nel giusto”. A chi agisce così, Gesù rivolge un aspro rimprovero: tutta quella bellezza ricevuta gratuitamente non doveva convertirci? E, invece, proprio quella bellezza può diventare la nostra condanna.
Immediatamente dopo inizia il passo che leggiamo oggi nella liturgia, l’atmosfera sembra completamente diversa e invece le due parti sono specchio l’una dell’altra; Gesù non si ferma alla rabbia e alla delusione per coloro che non si sono convertiti, per coloro che non hanno saputo diventare “come bimbi svezzati in braccio alla madre” (Salmo 131) nei confronti della relazione con Dio, ma sa vedere coloro che si sono rimessi nelle mani del Padre, sa vedere coloro che si sono convertiti e per essi innalza al Padre una preghiera meravigliosa. A parte il Padre nostro, questa è la preghiera più ampia che troviamo nei vangeli sinottici, che ci riporta quasi all’atmosfera dei capitoli Giovannei dell’ultima cena. Di fronte al dramma dell’indurimento del cuore di tanti uomini, dramma che Gesù stesso ha vissuto sulla sua pelle e di cui ha dovuto portare il peso, Egli prega, fa discernimento e comprende: la chiave sta nella piccolezza. Gesù vede che sapienti, dotti, uomini riusciti secondo il mondo, non riescono a cogliere e accogliere la rivelazione di Dio fino in fondo; invece, tanti piccoli entrano in quello spazio di rivelazione e di intimità con Dio. Piccoli come Gesù, che si fa piccolo, che si consegna nelle mani del Padre: i due, così, si conoscono in maniera unica, in maniera totalizzante. La correlazione tra la mitezza e umiltà di cuore di Gesù e di quelli che Egli chiama a sé per prendere il suo dolce giogo, rende ragione di tutto il brano: senza quella umiltà, non c’è accoglienza del Vangelo, perché Gesù per primo la assume per sé. Una piccolezza che è il cuore di tutti i santi, ma che in alcune figure è particolarmente evidente: Santa Teresina di Lisieux, con la sua cosiddetta “infanzia spirituale”, racconta una santità che è fatta di piccolezza e semplicità; la piccolezza in Cristo è una virtù eroica, è fatta per anime forti, non è affatto debolezza. Eppure tra i nostri valori reali ci sono ancora la forza e l’essere dei vincenti secondo il mondo, cioè per noi stessi!
Queste cose di cui racconta il Vangelo, esattamente, avvengono nelle nostre vite e nelle nostre comunità; né più, né meno. La Parola di Dio è davvero viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio, penetra fino al cuore. Lasciamoci cogliere da quel “guai a te”, se siamo in un tempo di ribellione, di resistenza alla conversione vera e al giogo del Vangelo. Lasciamoci liberare dalla preghiera di Gesù, che loda il Padre per i piccoli, se siamo tra quelli che non riescono a lasciar andare quelli che palesemente non si sono convertiti. Lasciamoci ristorare da Cristo e dal suo giogo, se ancora abbiamo posto resistenze, e impariamo l’umiltà profonda di chi è radicato in Dio e di chi sa che la salvezza viene da Dio e non dalle nostre mani.
Sorella Michela Arnone
