11 OTTOBRE 2026-ANNO A

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261011

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Come mai si parla delle nozze di un figlio ma questo figlio non compare mai, non fa nulla, non dice nulla? E la sposa? Perché il protagonista è il re, padre del figlio che si sposa, e tutto ruota intorno al suo agire? Perché gli invitati alle nozze rifiutano l’invito? Gli invitati avrebbero la possibilità di un fare un pasto ricco e gustoso, non ordinario e non alla portata di tutti: perché non lo accettano? Perché si scatena addirittura la violenza, prima da parte degli invitati e poi anche nella reazione del re? Come mai gli invitati dell’ultimo momento hanno tutti il tempo e l’attenzione di vestire in modo adeguato a una festa di nozze tranne uno? E cosa avrebbe fatto di così grave quell’uomo senza abito nuziale perché si profetizzi su di lui tanta sventura nell’espressione così dura del “pianto e stridore di denti”? La parabola della festa di nozze che oggi la liturgia ci propone, che segue nel Vangelo a quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa, solleva molte domande; queste, che sorgono spontanee, ci introducono subito in quell’effetto di “straniamento” che abbiamo compreso essere tipico delle parabole. Una situazione apparentemente ordinaria e dei personaggi comuni raccontano qualcosa che porta con sé molte stranezze e che ci chiede, dunque, di riflettere.

Nel flusso del racconto, troviamo questa parabola detta da Gesù subito dopo quella dei vignaioli omicidi; l’uditorio è lo stesso, cioè i capi dei sacerdoti e i farisei, e la tematica sviluppata è in evidente continuità con la precedente. Oltre a quelle domande, dunque, ci serve un paragone con la parabola dei vignaioli per comprendere meglio. Subito ci accorgiamo che la posta in gioco è molto alta, che le nozze sono un simbolo, che il matrimonio a cui si viene invitati è questione di vita o di morte e non si tratta di un’ordinaria partecipazione a un momento di gioia e di festa che riguarda altri. Quell’invito a nozze tocca la vita di coloro che sono invitati, li coinvolge direttamente; evidentemente, il matrimonio di questo figlio del re può cambiare le sorti della gente, del popolo, degli invitati. Essi, però, non lo capiscono; ci sono degli affari ordinari che gli impediscono di accogliere l’invito. Se nella parabola precedente c’era un padrone che alla fine manda il suo figlio amato a chiedere il frutto della vigna, qui c’è un re che organizza la festa di nozze per il figlio; il parallelo è chiaro, il padrone e il re rimandano a Dio e il figlio è Gesù, l’amato inviato e rifiutato dai capi del popolo. Anche in questa parabola emerge con forza il tema del rifiuto; qui, però, il rifiuto prende i contorni di un vero e proprio “non senso”.

C’è una gioia da vivere, un dono da accogliere; non si tratta neanche di aver dovuto lavorare e portare i frutti, ma c’è un altro che ha fatto già tutto per noi, che ci invita gratuitamente. All’inizio l’invito del re vuole puntare sul semplice fatto di accogliere il dono e “partecipare” alle nozze. Dopo il primo rifiuto, i servi sono mandati di nuovo agli invitati stimolandoli sul bisogno: “è pronto un ricco pranzo, venite a godervelo”. Neanche lì c’è una reazione positiva, anzi addirittura i servi che stanno portando l’invito vengono uccisi. L’essere impegnati in altre cose, ovviamente, non è una ragione sufficiente per questo rifiuto; è assurdo che si rifiuti questo invito, è meschino, è misterioso; lo sconcerto di fronte a questo non senso è quello che ha provato Gesù, probabilmente, insieme al Padre di fronte agli uomini che lo hanno rifiutato e che lo rifiutano ancora. Il regno dei cieli è un banchetto preparato, dove potersi saziare; l’unione tra il figlio e gli uomini è avvenuta definitamente in Gesù Cristo, il matrimonio tra Dio e l’umanità, tra Cristo e la Chiesa è stato fatto. Questo ha una conseguenza di gioia e di pienezza per tutti gli uomini; così, questi sono invitati a nozze che li riguardano, che significano molto per loro. Essi, però, rifiutano; sono i capi del popolo di Israele, ma siamo anche noi oggi. Siamo noi quando rifiutiamo di accogliere Gesù il Cristo come modello della nostra umanità, quando nonostante ci diciamo cristiani, il suo modo di stare al mondo quale uomo umile, consegnato, che perde per amore, che ama fino all’estremo e che rifiuta la violenza, non ci smuove veramente dal modo comune e narcisistico di impostare la nostra vita e le nostre scelte. Lo rifiutiamo quando non lottiamo contro i cattivi sentimenti che si scatenano nel cuore quando l’altro ci ferisce, ci delude, ci fa capire che non siamo l’assoluto, quando l’altro ci limita e ci scandalizza. Lo rifiutiamo quando scegliamo di uccidere le comunità o i gruppi ecclesiali a cui apparteniamo, perché non ci portano più gloria, perché ci contraddicono, perché vorrebbero vederci deporre la nostra arroganza di sapere sempre tutto più degli altri e meglio degli altri. Lo rifiutiamo quando la giustizia del regno non è il nostro primo interesse ma cerchiamo anzitutto la nostra.  

Nonostante il fallimento dei primi chiamati a riconoscere e accogliere il dono straordinario di questo matrimonio che ha cambiato la storia del mondo, le nozze sono avvenute e la festa va fatta; ad altri, allora, si allarga l’invito. Buoni e cattivi, i servi radunano tutti quelli che trovano; e questi non sono resistenti come i primi, accolgono l’invito ed entrano alla festa. Sono più umili, più semplici, disposti ad accogliere un dono che non hanno meritato e che non possono gestire. Entrano, si siedono a tavola, godono del cibo. Il cibo è simbolo potente in tutta la Scrittura del dono della vita che Dio fa all’uomo; un dono che non è solo all’origine, ma che è continuo. Si tratta di mantenere in vita l’uomo e di mantenerlo nella gioia; la tavola è il luogo dell’intimità, della consegna reciproca, è il luogo delle alleanze, è il luogo in cui si segnano i passaggi della vita, in cui si condivide la gioia e il dolore. Tutto è sancito a tavola e tanto è forte questo simbolo che la rivelazione cristiana lo supera: Gesù si fa pane concretamente. Si dona tutto ai suoi discepoli, per trasformarli da dentro, per insegnare loro a donarsi completamente e a far vincere l’amore. Rimane lì, nell’Eucarestia, perenne passione d’amore di Dio per ogni uomo. Se lo guardiamo così, il simbolo della festa di nozze e del richiamo al banchetto di grasse vivande, di cui parla Isaia nella prima lettura, ci è più chiaro; già in Isaia questo banchetto preparato dal Signore degli eserciti per tutti i popoli ha qualcosa a che fare con la fine del pianto e l’eliminazione della morte. Allora, ecco, è già il banchetto del Regno dei cieli, quello al quale siamo immessi con la morte e la Resurrezione di Gesù. È la vita piena, eterna già qui, se vissuta nel Figlio che ha dato la vita per noi. Eppure, oltre al primo grande rifiuto qui se ne presenta un altro, si tratta di un rifiuto che prende forma nell’immagine di un abito di nozze non indossato.

L’ultima parte della parabola, che sembra quasi una seconda parabola, la troviamo solo in Matteo. Pure gli invitati dell’ultim’ora comprendono che, per accogliere la gratuità di quel dono, c’è un cambiamento da mettere in atto; cambiarsi d’abito qui non sta per qualcosa di superficiale o di voluttuario, ma rimanda alla consapevolezza di una dignità di quello a cui si sta partecipando senza proprio merito. Allora, indossare l’abito delle nozze significa prendervi parte, significa compartecipare di quel matrimonio; significa che l’unione tra Dio è l’umanità mi cambia, mi trasforma, mi converte. Un uomo, però, uno solo, non fa questo ragionamento; pensa di poter partecipare alle nozze, godendosi solo il pasto, senza dover cambiare, senza mettersi in gioco, senza rispetto e riconoscimento per quel dono. Resta così com’è. Il re, allora, che aveva voluto che la sala si riempisse, anche se con buoni e cattivi, lo fa cacciare fuori: quella gioia che ha cercato di rubare gli viene sottratta, egli non l’ha accolta veramente. Il luogo nel quale andrà, allora, sarà luogo di pianto perché egli ha scelto di abitare quel pianto.

La durezza della fine della prima parte della parabola, con la città bruciata, e questo detto finale del “pianto e stridore di denti” non ci turbino: sono immagini forti che vogliono scuoterci e dirci che il regno dobbiamo sceglierlo noi e sceglierlo in verità! Di fronte a Dio, che conosce il nostro cuore, non ci sono maschere che tengono, anche se fossero maschere di vite intere costruite intorno al vangelo ma in realtà fondate su noi stessi e non su Cristo. Le palafitte, le menzogne, le ambiguità davanti a Lui crollano perché egli ci conosce più profondamente di quanto noi stessi ci conosciamo; ma se avremo pensato di ingannarlo, piuttosto che consegnare a Lui e ai fratelli la nostra fragilità, allora le tenebre che ci avvolgeremo le avremo scelte noi. Il Vangelo ce le mostra quelle tenebre nella speranza sempre rinnovata, fino alla fine, che ci convertiamo, che abbandoniamo le nostre egolatrie per mettere le nostre vite nelle mani del Dio della vita.

Sorella Michela Arnone

Eugène Burnand (1850-1921): Parabola del banchetto: “Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?” (dalla serie: “Le parabole” 1908)