27 settembre 2026/ Anno A
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260927
Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
La liturgia di oggi ci fa fare un significativo balzo in avanti rispetto a domenica scorsa, anche se ci troviamo solo al capitolo successivo di Matteo. Intanto, infatti, Gesù è entrato trionfalmente a Gerusalemme, ha scacciato i venditori dal tempio, è stato lodato dai fanciulli, ha seccato il fico sterile. Poi è entrato nel tempio e gli scribi e gli anziani del popolo gli hanno chiesto con quale autorità parla e agisce; Gesù non gli ha risposto ma gli ha chiesto – di contro – se essi hanno riconosciuto da dove provenisse l’opera di Giovanni Battista: se questi non si sono convertiti comprendendo che Giovanni veniva da Dio, non comprenderanno neanche l’autorità di Gesù. Scribi e anziani non gli rispondono, calcolando che ognuna delle risposte che avrebbero potuto dare gli poteva creare problemi. Non sono uomini liberi, hanno dei privilegi che vogliono mantenere, tra cui la loro giustizia e la loro presunta conoscenza della Scrittura, e questo li allontana dalla verità, non gli permette di dialogare in modo costruttivo con Gesù, né di lasciarsi smuovere. È per loro che Gesù racconta questa parabola e a questo contesto dobbiamo guardare per comprenderla; il capovolgimento tra i primi e gli ultimi, che abbiamo meditato domenica scorsa, ci apre già una via perché, in un modo diverso e con diverse sfumature, si ripropone un itinerario simile, anche se il racconto è molto più scarso ed essenziale.
Ci sono molte cose simili rispetto alla parabola precedente; prima di tutto, l’ambientazione nella vigna. Questa, infatti, è la seconda delle tre parabole della vigna, che sviluppano tematiche simili, anche se in crescendo. Come la precedente, ci sono due estremità che vengono a opporsi, ci sono primi e ultimi nella precedente, qui ci sono due figli con due comportamenti opposti. Lì c’era un proprietario che mandava a lavorare nella vigna, qui c’è un padre che manda a lavorare nella vigna: il movimento è lo stesso. Il fatto che ci sia qui un padre è importante: i due figli sono sullo stesso piano, entrambi figli, a entrambi è fatta la stessa richiesta nello stesso modo; la diversa evoluzione della storia, dunque, non dipende in alcun modo da preferenze o ingiustizie del padre, ma solo dalla scelta dei due figli. La relazione filiale, che quindi chiaramente ci fa pensare a Dio, ha delle criticità in entrambi i casi, nessuno dei due figli fa quello dice. Eppure, in un caso si opera un’obbedienza, dunque si rispetta e riconosce il padre, nell’altro caso no. La parabola è lapidaria perché non ci sono grandi discorsi ma alla richiesta del padrone si può dire “sì” o “no”, come di fatto i due fanno; e si può operare il “sì” oppure il “no”. Di fronte ai piani confusivi messi spesso in atto nella comunità da quelli che non sono in buona fede, di fronte alla non libertà di esprimere ciò che c’è nel cuore per non rovinarsi l’immagine, come fanno i farisei, il Gesù di Matteo presenta una situazione essenziale: la volontà del Padre la si compie sì o no, non ci sono troppe mezze misure, arzigogoli o ragionamenti. E Gesù, interpellando i capi con cui sta parlando (Cosa ve ne pare? Chi dei due?), fa rispondere a loro; sarebbe il primo passo per convertirsi e immedesimarsi.
La situazione creata dalla parabola, in cui ognuno dei due figli fa l’opposto di quello che dice, sembra paradossale; non aveva più senso mettere in gioco una situazione nella quale uno dei due figli dice sì e poi fa quello che dice? Di fronte alla scena creata dalla parabola, sembra che non ci sia scampo all’enigmaticità, né ci vengono spiegate motivazioni interiori di un tale agire discordante dalle parole. Seppure la condizione ideale sarebbe quella del figlio che non solo dice di sì ma poi ci va anche effettivamente nella vigna a lavorare, questa parabola formulata così vuole centrare l’attenzione su aspetti che altrimenti sarebbero esclusi: 1) la complessità degli uomini, che spesso non accordano le loro parti, che non sono richiudibili in degli stereotipi, quelli del “sì” perché dicono “sì” e quelli del “no” perché dicono “no”; 2) la predominanza che il fare ha sulla parola, perché è il fare che conferma o smentisce la parola o le parole dette.
Il primo figlio, quello che dice “no” alla richiesta del padre, ha un problema con quella richiesta, evidentemente; non cerca approvazione falsa e agisce secondo la sua volontà: “non voglio”, dice al padre. È disobbediente ma è vero, non si presenta come quello che non è. È ribelle, ma onesto. Questa onestà, nella parabola, pone le basi per il “pentimento”. Il punto di svolta, la chiave del racconto, è quella: questo verbo compare qui e ritorna poco più avanti quando Gesù dice ai capi, a corollario della parabola: “voi non vi siete pentiti”, identificandoli chiaramente con il secondo figlio. L’essere stato onesto del primo figlio permette al suo cuore di riconoscere l’ingiustizia del suo “no”, di pentirsi, e così di andare nella vigna. È umile questo figlio, perché ha visto la sua disobbedienza, allora non ha bisogno di andare a sbandierare al padre il suo cambiamento, va nella vigna e basta; a fine giornata il padre capirà che egli ha obbedito. Il secondo figlio vive la situazione opposta; dice subito sì alla richiesta, ma quel sì è viziato; il testo greco ci aiuta a capirlo: egli non dice “sì, andrò” ma dice “io, signore”. Non lo chiama padre bensì signore, che può sembrare un segno di riverenza ma in realtà è una distanza, e non dice “sì” ma dice “io” … Il senso è lo stesso, però capiamo che in quella risposta c’è avanti il suo io, la sua persona, la sua apparenza, ciò che vuole sembrare. Però il cuore non è limpido, non vuole quello che ha detto e allora non va nella vigna; il primo figlio ha detto “non voglio” ma poi cambia, mentre è il secondo che nei fatti segue il proprio volere, segue il suo “io”. Egli non sa che quel padre, colui che ha chiamato “signore”, oltre a vedere l’agire degli uomini, conosce il cuore; quanta arroganza nel pensare di non essere scoperto! Così, più avanti, Gesù stesso uscirà fuori di metafora e si rivolgerà con chiarezza ai capi, una chiarezza che spiazza: le prostitute e i ladri sono come il primo figlio, la loro vita dice quel “no” alla vigna del padre, un no fatto di mancanza di rispetto per sé stessi, per il proprio corpo, per i beni e le cose dell’altro; eppure, loro hanno capacità di conversione, di cambiamento, loro sanno “pentirsi”. Gesù ha visto, infatti, come prostitute e ladri di fronte a Giovanni Battista che annunciava il Regno, si sono pentiti e hanno cambiato vita. I capi del popolo, invece, sono quelli che con le parole pensano di dire sì a Dio, ma non lo conoscono come Padre e di fatto non gli obbediscono, sono incapaci di pentirsi, perché pensano di non dover cambiare.
Questa parola risuona oggi per noi e ci chiede di guardarci con onestà; quanto ancora oggi avviene esattamente quello che ha raccontato Gesù! Sappiamo come è andata la storia, i capi non si pentono, non accolgono la provocazione della parabola ma, anzi, mandano a morte Gesù. Per noi, però c’è ancora un’opportunità, l’opportunità di pentirci: o perché riconosciamo che non ci siamo fidati del Padre e non abbiamo obbedito dicendo no; allora, forse, è ora di cambiare strada e andare nella vigna, “oggi”. Oppure abbiamo detto dei “sì” a parole che non corrispondono al cuore, ci siamo protetti dalle fragilità, dalle volontà che proviamo dicendo sì ma senza cambiare davvero nel profondo; forse è il nostro momento, quello in cui spogliarci della nostra presunta giustizia, pentirci e andare subito nella vigna, a lavorare. C’è tempo, oggi, come dice Ezechiele, perché il malvagio possa convertirsi! Benediciamo e non uccidiamo coloro che ci fanno vedere le nostre ipocrisie; ci aprono la via della vita. Questo, però, è possibile solo nell’umiltà, quell’umiltà che il Cristo ha scelto di vivere, non perché fosse la sua natura e la sua verità, come per noi uomini, ma per venire nella nostra condizione a motivo dell’amore per noi: “non considerò un tesoro geloso l’essere come Dio ma spogliò sé stesso”.
Sorella Michela Arnone
