10 Maggio 2026/ Anno A
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260510
At 8,5-8.14-17; 1 Pt 3,15-18; Gv 14,15-21
Il Vangelo di domenica scorsa terminava dicendo che chi crede in Gesù compirà anch’egli le opere di Gesù e ne compirà di più grandi; ascoltando l’operato di Filippo, nella prima lettura di oggi dagli Atti degli Apostoli, si vede compiersi esattamente questo: parola annunciata, malattie guarite, conversione, battesimo, discesa dello Spirito. E così, questa profonda continuità con domenica scorsa è ancora più forte perché il brano evangelico che oggi leggiamo è la continuazione di quello dell’altra domenica; dunque c’è uno sviluppo, ci sono altri aspetti su cui possiamo concentrarci, ma dobbiamo farlo a partire da quello che abbiamo meditato la scorsa settimana e immettendoci di nuovo in quell’atmosfera di consegna che Gesù fa ai suoi discepoli. Consegne che, rilette alla luce della Pasqua si rivestono di eternità, lasciando grande speranza e consolazione ai discepoli.
Vediamo che tornano molti aspetti dei versetti precedenti: il dimorare, la relazione speciale tra il Padre e Gesù, il cambiamento imminente che comporta un andare via di Gesù ma una presenza che rimane, la promessa di Gesù di venire presso i suoi. Questi temi sono articolati, però, intorno a un nucleo, che ci fa fare un balzo in avanti: l’amore verso Gesù comporta l’osservanza delle sue parole, dei suoi comandamenti. Per come leggiamo il brano nella liturgia, esso è compreso tra l’affermazione iniziale di Gv 14,15, «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», e quella del versetto 21, «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, quello è colui che mi ama; e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Questo aspetto, perciò, rappresenta la chiave con la quale entriamo in tutto il brano. L’intimità dei discorsi ultimi di Gesù qui prende corpo in qualcosa che proprio dall’intimità è manifestato, l’amore. Gesù non è un maestro qualsiasi, non è uno che è venuto a insegnare ai suoi discepoli qualcosa, fossero anche le più importanti, e che rimane indenne ed estraneo a questo raccontare; Gesù è un maestro che ama i suoi discepoli: tante volte ha avuto modo di raccontarglielo. Poco prima, in 13,34, l’amore era entrato in gioco nei discorsi di Gesù come un comandamento: «amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi». C’è un fatto, l’amore di Gesù, dunque del Padre, è la radice di ogni suo agire; amore che non significa che l’altro fa sempre quello che mi aspetto, che mi piace, che gradisco; amore che significa avere la vita dell’altro come cara, prendersene cura, volere il suo bene sempre, non perché si nega la verità dell’altro, ma perché in quella verità l’altro può essere accolto e perdonato. Dall’alto della sua divinità ma anche nella pienezza della sua umanità, questo è l’amore che Gesù ha raccontato ai suoi discepoli e a tutti quelli che ha incontrato; un amore che vede l’altro, lo vede nel profondo e non ha paura di stare in contatto con quella profondità, con i suoi abissi ma anche con quella bellezza che l’altro sogna e desidera. Un amore che non sta in relazione con l’altro secondo le proprie precomprensioni e presumendo sempre di sapere a priori cosa l’altro sente e cosa dovrebbe sentire, cosa dovrebbe fare, cosa dovrebbe pensare; ma un amore che si apre davvero, in cui al primo posto non c’è l’“io” bensì il “tu”. Un amore così ci è stato raccontato da Gesù e dai suoi incontri, un amore che rende più chiare tante rivelazioni dell’amore di Dio nell’Antico Testamento: tante parole dure rivolte da Dio tramite i profeti sono sempre lo spazio della conversione, lo spazio nel quale l’altro esiste davvero, lo spazio nel quale il fine per Dio è salvare l’altro ed Egli pagherà ogni prezzo perché ciò avvenga. Di tutto questo è carico quel “comando” di Gesù di amarsi tra loro come Egli ha amato loro; un amore che può essere “comandato”, cioè può essere chiesto, può essere indicato come unica via perché non è un sentimento, anche se coinvolge il sentire, evidentemente. Questo amore è una scelta, una scelta che si radica nel sentirsi davvero tutti fratelli, tutti venuti da quell’unico Padre e dunque tutti meritevoli di essere amati e accolti in pienezza; quante volte nelle nostre comunità cristiane, invece, siamo bravi a fare distinzioni. Le distinzioni servono per amare nella verità, perché non c’è amore vero nelle tenebre della menzogna; ma non distinzioni che autorizzino ad amare alcuni e non altri, ad avere un debito di amore solo verso quelli ritenuti più degni, verso quelli che ci capiscono, che ci osannano e magari ci bruciano anche un poco di incenso, verso quelli più affini che non ci scomodano troppo e che ci fanno stare più tranquilli. Il debito di amore che Gesù comanda è verso ogni fratello, a partire da coloro che ci vivono accanto e dei quali maggiormente conosciamo luci e ombre.
A partire da tutto questo, nel nostro brano, Gesù aggiunge un ulteriore elemento sul tema dell’amore: non si tratta solo di amarsi gli uni gli altri come Gesù ha amato, si tratta di amare Gesù in primis. Poiché l’amore comporta tutto quello che dicevamo, quando si tratta di amare Gesù, che è il nostro salvatore, che dell’amore è la fonte, amarlo si traduce nel credere alle sue parole, nel fidarsi e fare ciò che Egli ha indicato, dunque nel fare i suoi comandamenti.
Le due frasi sull’amore, che si ripetono all’inizio e alla fine del nostro brano, fanno scorgere prospettive diverse; la prima volta sembra che l’attenzione sia rivolta sul fatto che l’amore per Gesù è alla radice dell’osservanza dei comandamenti, della possibilità di seguire le vie indicate da Gesù. La seconda volta il concetto è ripreso e allargato, l’osservanza diventa la prova, la manifestazione di quell’amore: amare Gesù significa accogliere e fare i comandamenti, perché significa stare con lui in una relazione di maestro e discepolo. Qui amare non è un vago sentimento, un sentirsi legato, un desiderare l’altro, uno stimare l’altro, l’amore che Gesù chiede contiene tutto questo (che sta dentro all’amare umano) ma si allarga alla fiducia di riconoscere in lui il maestro, di fidarsi di quelle vie che Egli indica. Vie che si riassumono nel dare la vita per l’altro, un dare la vita che non è un frustrare sé stessi ma portare a compimento tutto sé stessi e la propria persona, come ha fatto Gesù sulla Croce. L’amare Gesù, allora, immette il discepolo in quel circolo di amore e di relazione che è quella tra il Padre e il Figlio; si tratta di un mistero e di una promessa che supera ogni nostra umana attesa e che possiamo comprendere solo quando cominciamo a sperimentarne i segni, perché ci siamo lasciati toccare davvero dalla grazia della conversione.
È proprio questa relazione con Gesù che rende i discepoli diversi dal mondo: si tratta di un dono, non di un merito; un dono che si fonda nell’amore di Gesù e nel rispondere a questo amore da parte dei discepoli. Così due volte si sottolinea la differenza con il mondo: la prima, perché i discepoli possono ricevere, grazie all’intercessione di Gesù, il Paraclito o lo Spirito della verità mentre il mondo non può; la seconda, perché per il mondo la sua assenza fisica determinerà una fine, non lo vedranno più, mentre i discepoli continueranno a vederlo perché Egli è vivo e anche loro. Ed ecco che la grande inclusione del tema dell’amore per Gesù di questo brano trova un centro, il dono dello Spirito. Chi è Colui che qui viene promesso? Egli è l’altro Paraclito, dunque tutte le funzioni che ora svolgerà lo Spirito, sono quelle che ha esercitato Gesù verso i suoi. Di solito “Paraclito” si traduce con “consolatore”, ma il termine significa molto di più. Qui è in forma passiva, il verbo greco è parakaleo, che significa “chiamare a sé in aiuto”, “esortare”, “consolare”. Quindi Paraclito contiene in sé vari significati: di volta in volta è testimone in favore di Gesù per i discepoli, è intercessore presso il Padre, consolatore dei discepoli, loro difensore dal mondo, maestro che fa ricordare gli insegnamenti di Gesù. A questo, si aggiunge anche il modo di chiamarlo “Spirito di verità”, un modo di dire Paraclito usato solo da Giovanni; se la verità è Gesù, lo Spirito ci riporta a Lui, perché è donato da Lui. Ogni sete di verità si può purificare e saziare solo in Gesù, che è la Verità, e attraverso lo Spirito che dona la presenza di Gesù. Questa presenza è quella che fa sì che i discepoli non saranno mai orfani; espressione strana, se si pensa che Gesù non si è mai posto come padre ma sempre come fratello; il Padre è uno solo, a cui Gesù rimanda sempre. Allora la promessa di non rimanere orfani rimanda alla relazione con il Padre, nella quale si è immessi amando Gesù, ma soprattutto è usato nel senso della perdita di una persona amata che ha un ruolo di guida, di maestro, di riferimento; è in questo senso che Gesù promette ai suoi di rimanere, anche se sembrerà lasciarli. Quel ruolo di guida sarà assunto dallo Spirito, che rimane nei discepoli: ecco che torna il senso del rimanere.
Lo Spirito, qui promesso, sia al centro dei nostri pensieri e delle nostre preghiere; chiediamoLo, invochiamoLo continuamente, con il cuore sincero. Egli verrà e ci guiderà, ci condurrà a una relazione sempre più profonda con Gesù e dunque anche sensata dal punto di vista ecclesiale; e così entreremo in quel mistero immenso che è il circolo dell’amore trinitario!
Sorella Michela Arnone

(cromolitografia da “L’anno liturgico in immagini”, Bruxelles 1931-1932)