25 OTTOBRE 2026/ Anno A
Es 22,20-26; 1 Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
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Oggi la liturgia ci propone una nuova disputa; sono sempre i farisei che vogliono mettere alla prova Gesù, essi hanno appena visto che Egli ha smentito i sadducei sul tema della Resurrezione. Eppure, provano ancora a metterlo in difficoltà. La domanda che gli viene posta non è così semplice né ingenua; i dottori della legge avevano estratto dai testi sacri un elenco di più di 600 precetti; sulla gerarchia di questi si discuteva duramente, non c’era un reale accordo ma molte visioni distinte, ognuna delle quali pensava di essere la migliore. Così, questa domanda chiede a Gesù di prendere posizione in questo dibattito, portando inevitabilmente a scontentare qualcuno; quel malcontento, poi, poteva essere cavalcato per mettere alla fine Gesù in difficoltà. I farisei non si aspettavano che Gesù si sarebbe posto con grande autorità di interprete della Scrittura dando la risposta per eccellenza, la migliore soluzione interpretativa possibile, superiore a qualsiasi altra. Una soluzione rispetto alla quale nessuno poteva obiettare qualcosa, una soluzione che avrebbe potuto mettere d’accordo tutti facendo deporre a ognuno la sua pretesa di interpretazione migliore. I farisei non vogliono convincersi che Gesù, figlio di Dio, è in grado di mettere ordine nella confusione che gli uomini possono fare; Gesù è capace, infatti, di discernere la volontà di Dio, di trovare nella Scrittura la Parola di Dio, la sua volontà, il suo desiderio per l’uomo. Quando oggi diciamo che bisogna leggere la Scrittura cercandovi dentro “la Parola di Dio”, in realtà ci stiamo rifacendo a qualcosa che Gesù stesso fa dentro alla Scrittura sacra del suo popolo e che in questa liturgia ci mostra. La risposta di Gesù – questo è importante – non mette solo insieme due comandi che sono i più importanti, come se da quell’elenco infinto riesce a scegliere i migliori, ma riassume tutta la Scrittura, esprime al massimo grado tutta la rivelazione biblica dell’AT nelle sue varie manifestazioni. Gesù fa sintesi e getta luce, mette insieme e mette in ordine, facendo l’operazione che il sapiente e l’interprete della Scrittura dovrebbero fare; da Lui bisogna imparare non solo i contenuti ma anche come stare davanti ai testi sacri, come trovare in essi la volontà di Dio e la sua Parola.
Come Gesù ci riesce? Perché è il figlio di Dio? Certamente, ma non solo. Ci riesce perché mette in gioco l’amore; sì, l’amore, che oggi egli ci racconta non solo nel contenuto ma anche nella possibilità di arrivare a tali soluzioni e proposte. La risposta di Gesù, infatti, non solo racchiude mirabilmente tutto l’AT ma esprime perfettamente la persona di Gesù, si potrebbe dire che esprime “il segreto della persona di Gesù” perché egli ha vissuto in pieno questi due comandamenti, ai quali “è sospesa” tutta la Scrittura. Così, con l’esempio della sua persona, li rilancia, crea una strada sulla quale camminare per ogni uomo che si dica “cristiano”, cioè “di Gesù Cristo”. Quando sono state pronunciate da Gesù, chi ha ascoltato quelle parole con onestà ha capito di trovarsi di fronte a un momento di grande importanza, un momento da non perdersi perché sta arrivando una risposta per la vita, dalla quale dipende la vita. Immaginiamo un grande silenzio che prepara il cuore ad ascoltare una risposta fondamentale, tanto attesa; e così, arriva la risposta di Gesù. La ascoltiamo anche noi, sperando di avere un cuore smosso e arato dall’ascolto di queste settimane, da quelle parabole dure ma necessarie per ascoltarci e collocarci di fronte a Cristo. Se quell’aratura l’abbiamo accolta, oggi queste parole possono scendere in profondità e mettere un seme; meno potrà scendere se il nostro terreno si sarà indurito di fronte al vomere, la lama dell’aratro, che voleva penetrarlo e smuoverlo.
“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Ascoltiamo e rileggiamo con calma, non pensando già di sapere e capire; chi può dirsi arrivato rispetto a questo punto?
La forma del futuro, come si presenta tutto il decalogo, va sempre letta come “tu sarai capace di”. Dunque, in questi due grandi comandamenti non ci sembri mai che ci sia solo l’uomo e il suo fare, la precedenza ce l’ha sempre Dio. È Dio che ci ha amati per primo (1 Gv 4,10.19); il Dio della rivelazione biblica è strano ed è unico, Egli crea l’uomo e poi gli si rivela per amore, desidera il suo bene e desidera stare in relazione con l’uomo. È una cosa incredibile, se ne capissimo profondamente la portata. Per parlare dell’amore che noi dobbiamo rivolgere a Dio dovremmo prima rileggere tutta la Bibbia, ascoltare per noi tutto l’amore, il perdono, i ricominciamenti, la vita che Dio ci rivolge; da questo, emerge una necessità di reciprocità, amare anche noi Dio a nostra volta. Amarlo completamente, profondamente, con cuore, mente e anima: sentimento, pensiero, desideri, sogni, coscienza, tutto sia coinvolto nell’amore per Dio a e Lui rivolto. Guardiamo a come Dio si mostra amante dell’uomo in vari modi, si mostra come padre, si mostra come sposo, si mostra come madre con le sue viscere di misericordia. Come tale Dio vuole essere amato, come si ama un padre, come si ama una madre, come si ama uno sposo. Gesù, in perfetta linea con la Scrittura, mette questo amore di Dio al primo posto, perché da questo discende tutto il resto. Eppure, non è affatto semplice; il nostro amare è imperfetto, è lento, è appesantito dall’egoismo; tanto più amare Qualcuno che non vediamo, come Dio, la cui Presenza nel mondo è così silenziosa, così discreta, è qualcosa di molto delicato e fragile. Non basta credere in Dio per amarlo, non basta neanche aver fatto esperienza di Lui, per amarlo è necessario dargli diritto di esistenza nella nostra vita ogni giorno, rivolgersi a Lui quale persona reale, né ignorarlo e condurre la nostra vita come se non ci fosse, né trattarlo come un distributore dal quale andare a chiedere solo risoluzioni di problemi. Per amare Dio dobbiamo cercarlo, cercare la sua presenza, cercarlo per ricondurre a Lui la nostra persona e la nostra vita, per familiarizzare sempre di più con Qualcuno che ci ama ma che rimane altro da noi e le cui vie tante volte restano misteriose.
Sullo stesso piano, anche se in dipendenza dal primo, Gesù pone l’amore per il prossimo; chi è il prossimo? Lo sappiamo, tutti quelli a cui ci facciamo prossimi, dunque potenzialmente tutti. Anche in questo caso la Scrittura è piena di esempi e di manifestazioni di questo amore al prossimo; possiamo rileggere la bellissima prima lettura, c’è l’amore per il forestiero, per l’orfano, per la vedova; l’amore per quelli che hanno debiti con noi, di qualsiasi tipo, economico ma anche debiti d’amore, perché non sanno amarci; c’è l’amore per quelli con cui noi siamo in debito, in qualsiasi modo. Se la nostra vita è relazione, in ogni incontro e in ogni persona che la costella, c’è un prossimo; e amare è un comando, è la via che Gesù ci indica per seguirlo. Vogliamo essere amati e perdonati: allora perché non amiamo e perdoniamo?
C’è una lotta da fare per amare, perché se ci è naturale amare seguendo il bisogno di essere ricambiati e di prendere gioia da quello, non è naturale l’agape, l’amore gratuito e libero che Gesù ci mostra. Eppure, se ce lo chiede, vuol dire che è possibile; in noi, con l’aiuto della Grazia, c’è questa potenzialità… Mettiamola in gioco…
Sorella Michela Arnone
