28 Giugno 2026/ANNO A

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Seguendo il percorso aperto in queste ultime due settimane del mandato missionario di Gesù e delle persecuzioni che la missione comporta, si giunge oggi a delle parole rivolte agli apostoli molto impegnative. In una prima parte, che non leggiamo nel brano proposto, Gesù dice di non essere venuto a portare pace sulla terra, ma divisione tra le relazioni più strette: quella divisone, evidentemente, è frutto dello svelamento della verità del cuore di fronte al Vangelo. Da questo il discorso prosegue mantenendosi proprio sulle relazioni familiari, anche se cambia prospettiva. Non si tratta più di divisioni che possono occorrere dentro alla propria casa, si tratta del posto che si lascia a Gesù rispetto a queste relazioni; Gesù chiede la precedenza rispetto alla/e relazione/i più importanti. Questa prima parte del brano evangelico odierno prosegue parlando dell’accoglienza, che sembra un discorso a parte ma non lo è, è utile leggere le due porzioni insieme lasciando che si illuminino a vicenda.

Nella prima parte si noti che il testo dice «Chi ama il padre o la madre più di me»; non si sta parlando genericamente dell’amore per i genitori o dei doveri nei loro riguardi, che non sono aboliti e che fanno parte addirittura della legge per gli ebrei, si sta parlando di una relazione molto specifica, quella più forte, quella di riferimento, quella che ci ha generato alla vita: per alcuni può essere con il padre, per altri con la madre. Proprio rispetto a questa relazione forte, naturale, generativa, Gesù chiede una priorità, chiede di essere amato di più, chiede di essere messo prima. È vero che questo può essere difficile, anche quando alla bellezza del legame con un genitore, si aggiungono tanti legacci che non rendono il figlio davvero libero interiormente di dare priorità ad altro; eppure questo distacco comporta anche una parte di naturalità: nel crescere e nel formare la propria vita, i cordoni ombelicali vengono spezzati e altre relazioni prendono posto. Dunque la richiesta di Gesù è impegnativa, ma più rientrare in una naturalità delle cose per coloro che sono scelti da Lui e che a loro volta lo scelgono. Forse il discorso si complica quando la stessa cosa Gesù la dice rispetto ai figli, anche qui dicendo il figlio o la figlia; si tratta di relazioni precise, particolari: mentre con i genitori Gesù tocca la radice, qui tocca il futuro, la proiezione di sé stessi in avanti, quell’altro che ha bisogno di te e ti fa sentire importante, quell’altro sul quale si ripongono tante attese e tante speranze. Anche qui Gesù chiede una priorità: amare di più Lui anche rispetto al figlio o alla figlia. Perché? Potremmo rispondere velocemente e attribuire agli obblighi missionari, che non possono subire rimandi, questa richiesta; il contesto sembra suggerirci questo. Eppure, il seguito del detto ci aiuta a capire bene; riflettiamo su quanto si dice dell’atteggiamento da avere verso sé stessi e la propria vita, sul prendere la croce e seguirlo, sul perdere la propria vita per ritrovarla. Quello che Gesù chiede, per essere “degni di lui”, come dice il testo, non fa altro che indicare la verità che mette nel giusto ordine tutte le cose e che, così, a queste non toglie valore ma glielo restituisce nella loro piena luce e verità. Degno di me vuol dire “degno dell’amore pieno e libero che io dono, degno della radice salda che io porto e del futuro che si spalanca senza limiti”. Se Gesù è amato prima, se è amato di più quale risposta al suo amore preveniente, allora anche le altre relazioni – con i genitori, con i figli – saranno illuminate da questo amore e saranno più piene, più vere, più libere. Non si tratta del fatto che non c’è una parte di dolore da attraversare, perché

quelle relazioni lascino la priorità a Gesù, così come rispetto al discorso sulla propria vita: perdere la propria vita è doloroso. Eppure, proprio questo dolore purifica quelle stesse relazioni con i genitori, con i figli, con sé stessi. Non si toglie agli altri per dare a Gesù, anche se sembra così e chi ragiona secondo il mondo non sa vedere più di così; si tratta di dare anche a quelle relazioni un amore più puro, più libero, più profondo, perché si lascia che sia l’amore di Cristo a dare forma a ogni altro amore, soprattutto a quelli che hanno il primo posto. Quando mettiamo prima i genitori, i figli, noi stessi, ci sono sempre dei motivi egoistici e quelle relazioni, che voglio parlarci di radice, in realtà ci ancorano a circoli viziosi di morte; quelle relazioni che vogliono parlarci di futuro diventano, in realtà, la ripetizione dell’identico delle nostre storie umane non purificate; il figlio dovrà realizzare quello che in certe forme al genitore è mancato: ma quel figlio non è veramente libero perché l’amore del genitore non è libero da sé stesso. Ecco che tutto torna sulla Croce da prendere personalmente e sulla vita da perdere. Il nostro amore è limitato, la nostra consapevolezza di noi stessi e del mondo è piccola, la nostra possibilità di realizzazione da soli è davvero povera: quando scopriamo questo, comprendiamo più profondamente la bellezza della proposta di Gesù. Con Lui come Signore della nostra vita cambiano le prospettive e ciò che si ama, che si costruisce, che si custodisce, sa veramente di radice, di futuro, di vita vera.

A partire da tutto questo, si può cogliere in maniera più chiara il collegamento con il tema dell’accoglienza: prima che riguardare i discepoli di Gesù, è evidente che riguarda Gesù stesso, anche se nel testo non è esplicitato. Il Signore ci conosce, sa che Egli è per noi “come uno straniero” che deve essere accolto; Egli sa bene che, com’è naturale amare una madre o un padre, un figlio o una figlia, non è naturale n’è automatico amare Lui. Anche se è Dio, anche se da Lui viene la nostra vita, anche se Egli in verità è più intimo del nostro intimo e di questo tante volte facciamo esperienza, eppure Egli è per noi come uno straniero: è altro, è diverso, non lo si può controllare, non dipende da noi, viene e va via quando vuole, le sue logiche sono spesso distanti e difficili da comprendere. Se pensiamo con verità a quello che ci evoca il contatto con un forestiero che deve essere accolto e quello che sentiamo verso il Signore, troveremo molte similitudini; e quell’essere forestiero ci evoca le paure, è inevitabile, mentre con quelli della nostra casa (madre, padre, figli) ci sentiamo al sicuro. Ribadendo e approfondendo il valore forte dell’accoglienza, così come era sentito, trasmesso e comandato presso il popolo ebraico, Gesù sposta questo valore prima di tutto su di sé: bisogna accogliere Lui, perché anche se tante volte “è come uno straniero” per noi, Egli porterà nella nostra casa vita e benedizione, come avviene alla coppia di Sunem di cui si parla nella prima lettura. Che bello il modo gratuito e attento di quei due anziani nell’ accogliere il profeta Eliseo; essi, un poco alla volta, diventano “familiari”, tanto che i due pensano di creargli uno spazio curato perché egli potesse ritirarsi quando andava da loro: letto, tavolo, sedia e lampada. Essi fanno uno spazio, nel cuore, nella casa, e lo arredano secondo i bisogni dell’ospite e non i propri. È straordinario questo spazio creato per questo uomo, riconosciuto come un uomo di Dio, quindi accogliendo lui si sta accogliendo Dio – ci insegna il Vangelo –; ed è straordinario perché a questo spazio corrisponderà uno spazio dentro al ventre della donna che si riempie di vita e diventa un bambino! Quella donna riceve un dono, un dono che compensa il suo più grande dolore, e questo miracolo più che farlo il profeta, lo fa l’accoglienza. Sì, l’accoglienza libera e gratuita dell’altro, prima di tutto di Dio, di quelli che gli appartengono, e di ogni uomo o donna che incontra il nostro percorso, può fare miracoli; se si perde, si guadagna! Perché l’altro è guardato e servito secondo ciò che è e secondo ciò di cui ha bisogno: si perde un poco di vita propria, di sé stesso, di proprie idee, di proprie sicurezze ogni volta che si accoglie un altro – nel cuore, nella casa, nella vita – ma è così che si trova la vita. Alcuni, accogliendo, hanno ospitato degli angeli (Eb 13,2); anche a noi potrebbe

capitare, pensando di dare qualcosa, di riceverne di più in cambio. La ripetizione per sei volte della parola “accogliere” risuona come una sottolineatura fortissima: accogliere i piccoli, i giusti e i profeti significa accogliere Dio. Ecco, allora, che le due parti del Vangelo di oggi stanno insieme e non si possono escludere: Gesù vuole essere accolto, amato più di padre e madre, più dei figli; vuole divenire da straniero il vero familiare, vuole vivere con noi quell’intimità a cui l’amore chiama. E in questo amore, così, a partire da lui, sono coinvolti tutti gli altri: accogliendo l’altro uomo, il missionario, il giusto, il piccolo, accogliamo Dio!

La tradizione monastica dà moltissima importanza all’accoglienza e struttura molte delle sue cose (dagli spazi ai tempi) per poterla metter in pratica; è una grazia, un dono, una messa in discussione continua. Ogni cristiano dovrebbe chiedersi come abita questa dimensione dell’accoglienza, sia interiormente che concretamente; e quali azioni concrete mette in atto per rispondere a queste parole, per creare condizioni per accogliere l’altro; ma anche come si lascia accogliere, quale discepolo che porta la parola del maestro.

Sorella Michela Arnone

Mike Moyers, Gesù con i suoi discepoli