QUINTA DOMENICA DI PASQUA

Anno A/10 Maggio 2020

At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12

Questa domenica ci chiede ancora una riflessione sulla conoscenza … via che troppo spesso i credenti in Cristo eludono credendo che basti un vago “sentimento religioso” per dirsi cristiani …

            Nel passo di Giovanni che oggi la Chiesa proclama nelle sue assemblee tornano più volte verbi del “conoscere”: Gesù afferma che i suoi conoscono la via del luogo dove Lui sta per andare (siamo alla vigilia della Pasqua, nei cosiddetti Discorsi di addio) ed alla domanda di Tommaso risponde di essere Lui stesso la via … una via che è verità e perciò vita; conoscere Lui significa conoscere il vero volto di Dio … a Filippo la domanda sulla conoscenza  è diretta: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

            Insomma per Gesù il suo discepolo è uno che, conoscendo Lui, la sua umanità, ha la capacità di attingere ad una conoscenza straordinaria di Dio, una conoscenza che non è un possesso totalizzante ed esaustivo di Dio ma un’esperienza vivace ed esistenziale di Lui. Una tale conoscenza esperienziale è paradossalmente piena ma non esaustiva: piena perché è quanto ciascuno può esperire di Lui ma non esaustiva perché è esperienza che dice subito che Dio è tanto di più, tanto oltre, tanto altro

            La conoscenza di Gesù che noi possiamo e dobbiamo avere per essere suoi discepoli è la capacità di riconoscere il suo volto, un volto che solo lo Spirito può farci riconoscere. E’ lo Spirito che produce in noi questo volto del Figlio plasmandolo con la Parola che ci raggiunge, con la preghiera che ci trasforma e con l’amore che slancia il nostro profondo verso Dio e verso i fratelli. Lo Spirito forma in noi questo volto di Gesù che è rivelazione del Padre. E’ allora lo Spirito che ci dà la conoscenza esperienziale di Lui ed è allo Spirito che bisogna chiedere questo compimento dell’opera pasquale del Figlio: rivelarci il vero volto di Dio. Solo chi vede così Gesù comprende come Egli sia la via, la verità, la vita … si badi bene non una via, una verità, una vita, ma la via, la verità e la vita; è cosa ben diversa!  

Tutte le auto rivelazioni di Gesù hanno, d’altro canto, in Giovanni questa assolutezza: è il buon pastore (e non uno dei tanti!), è la porta (e non una delle tante attraverso cui passare!), è la luce (e non una delle tante “luci” che possano illuminare) e così via … Questa assolutezza di Cristo, questa unicità non è da declinarsi come integrismo ma come una personale consapevolezza che il credente accoglie proprio e solo a partire da quella conoscenza esperienziale che ha avuto la grazia di ricevere in dono. Via da percorrere, verità in cui dimorare, vita da accogliere in dono. Il credente sa che non ci sono altre vie, verità e vite solo perché ne ha ricevuto viva rivelazione nelle pieghe profonde della sua esistenza con una conoscenza esperienziale di Lui che gli ha donato pienezza di senso, volo alto, capacità di amare come Lui ha amato pur nelle sue fragilità e miserie!

E’ solo questa esperienza che convince il cristiano che solo Gesù sia via, verità e vita! La vita di fede non è credere in delle verità o in dei dogmi – cose tutte vere e importanti – ma è prima avere con Gesù un rapporto, una relazione, una vita “insieme” e questo può nascere solo da una viva esperienza di Lui. Alla fine cosa è questa conoscenza? È aver fatto esperienza di essere stati amati, di essere amati, amati gratuitamente e senza aver meritato questo amore, un’esperienza questa che, se autentica, genera amore per Dio e per gli altri uomini. Questa conoscenza è allora conoscenza della Croce di Cristo, luogo in cui ha brillato la gloria dell’amore fino all’estremo.

            La fatica di una Chiesa che voglia essere davvero Chiesa di Cristo, e non altre cose, deve essere solo questa: condurre gli uomini ad incontrare Gesù come Signore e via da percorrere per avere una vita che abbia il sapore della verità. La Chiesa fa ancora troppe cose che non le competono o che sono assolutamente secondarie e che le fanno perdere tempo ed energie che devono essere, invece, spesi in ben altra direzione. Dobbiamo sperare che questa “fermata” che la Chiesa ha dovuto vivere in questo tempo doloroso e di sospensione si risolva non in un ritorno a quello che era prima dell’emergenza ma in un balzo in avanti e nella coscienza di ciò che è davvero essenziale alla vita della Chiesa e ad una capacità autentica e coraggiosa di leggere il reale; attitudine questa molto scomoda perché leggere il reale significa uscire e dall’illusione che il tessuto delle nostre “comunità” sia davvero cristiano e, di conseguenza, dalla rassicurante “routine”. Speriamo che non ci lasciamo ingannare dal bisogno “religioso” che è stato evidenziato in questi tempi strani e destabilizzanti. Speriamo che non si faccia la corsa al ripristino del preesistente ma si abbia la volontà di uno sguardo lungo e rinnovatore. Non dimentichiamo che prima dell’emergenza tutti lamentavamo le chiese vuote e la disaffezione alla vita ecclesiale! È tempo (la storia ci ha in qualche modo costretti a farlo!) di riflettere e imboccare vie veramente nuove, veramente nuove e non “vino nuovo in otri vecchi” o “toppe nuove su vestiti vecchi” …   Tutte le energie e le fatiche della Chiesa devono essere puntate sulla creazione di comunità di fratelli che si amano come Lui ci ha amati (cfr Gv 13, 34-35) che annunziano l’Evangelo permettendo così agli uomini di fare viva esperienza del Vivente. Questa è la Chiesa che Gesù ha sognato e voluto. La Chiesa: fratelli che si amano avendo incontrato Gesù, sentendosene amati gratuitamente e avendone scelto che Gesù è stabilmente la propria via, verità e vita.

            Accogliere Gesù come via, verità e vita non può essere allora mai contro gli altri! Gesù non è una bandiera da innalzare in lotta contro l’uomo ma via su cui camminare, verità da cui farsi plasmare, vita nuova da accogliere. Gesù è via, verità e vita solo “contro” me stesso! Solo “contro” il mio uomo vecchio! Solo “contro” me! È contro il mio voler essere via per me stesso: non sono io la via! È contro la mia sciagurata pretesa di essere possessore di una mia verità: non sono io la verità! È contro il mio sciocco credere di avere la vita da me stesso e di essere sempre in grado di dominare gli eventi della vita: non sono io la vita!

Capiamo allora che la conoscenza autentica di Gesù produce una lotta “costosa” contro il mio uomo vecchio in una strada che conduce a quel dimorare in Dio che è l’approdo della vita credente per il Quarto Evangelo (Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore).

            Questa conoscenza di Cristo è quanto più conta per un’autentica svolta dell’autenticità cristiana e, fin quando non ce ne convinceremo (anche nelle nostre prassi ecclesiali!) produrremo ed avremo solo vite apparentemente evangeliche. Il racconto di Atti, che oggi si ascolta quale prima lettura, non è solo il racconto di una soluzione pratica della Chiesa nascente per un problema, ma è la messa in evidenza di una scelta di priorità che gli Apostoli hanno ben chiara: primato alla Parola ed alla preghiera! I sette cosiddetti diaconi sono scelti per non farsi sommergere dal “fare” né gli Apostoli, né i Sette! Tanto è vero che poi Stefano e Filippo – due dei Sette di cui si narrerà in particolare – sono uomini non del banale “fare” ma anch’essi uomini della predicazione e della preghiera (cfr At 6, 8-10; e tutto il capitolo 7; cfr 8, 5-6;26-40). I Sette insomma sono scelti dagli Apostoli per una condivisione di responsabilità che fa unità nella compagine ecclesiale e non assolutizza nessun ministero, sia pure quello dei Dodici!

            Per tutti nella Chiesa deve emergere dunque un primato: riconoscere quella pietra scartata che è diventata pietra angolare, come dice la Prima lettera di Pietro … perché questo avvenga è richiesta la fatica di dare spazio alla vera conoscenza di Cristo, quella conoscenza che è frutto di grazia e che nasce dall’ascolto e dall’assiduità con Lui.

            E’ vero: se abbiamo mai incontrato il suo volto noi conosciamo la via, se abbiamo mai incontrato il suo volto, conosciamo il Padre e non possiamo più fare a meno di volere una cosa sola, il dimorare in Lui!

            Conoscere Gesù è “ammalarsi” di questa nostalgia di infinito! Questa nostalgia produca oggi aperture al novum! Ci guardi il Signore da un banale ritorno al passato! Lo spero ma temo fortemente che si cederà alla tentazione del semplice e”trionfante” ripristino! Sarebbe una grande occasione perduta!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio:
La vocazione di San Matteo (part. del volto di Cristo),
1599-1600 (Roma, Cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi)