22 febbraio 2026/ Anno A

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Gen 2,7-9; 3,1-7; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
Il tempo di Quaresima è già iniziato con il mercoledì delle Ceneri, nel quale la liturgia ci ha invitato a meditare su digiuno, elemosina e preghiera come luoghi di intima relazione con Dio e non pratiche esteriori messe in atto per apparire giusti davanti agli uomini e a sé stessi. La liturgia di questa prima domenica di Quaresima, poi, ci conduce a riflettere profondamente sul peccato e sull’esistenza del male nella vita degli uomini, un male che “viene da dentro”. In settimana la liturgia ci ricordava che non c’è nulla che entra nell’uomo che possa renderlo impuro ma ciò che esce dall’uomo può contaminarlo, cioè sporcarlo (Mc 7,14-23). Dal cuore, infatti, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. “Contaminare” significa che si viene a contatto con qualcosa che è di natura diversa e che non dovrebbe essere lì; e quel contatto sporca, inquina, deteriora. Questo concetto è utile per farci capire che per la rivelazione biblica il mistero del male, che l’uomo sceglie e compie, è qualcosa che non gli sarebbe proprio, è qualcosa che esula dalla sua natura originaria e dal modo in cui è stato creato da Dio. L’origine del male è misteriosa, la Genesi ce lo presenta come un animale astuto, il serpente, che insinua in Eva un dubbio sull’amore di Dio e sul fatto che ciò che Dio chiede sia per il bene dell’uomo. Si tratta di un modo per dire la presenza del male e i suoi effetti, ma la sua origine rimane avvolta nel mistero e certamente è legata al dono della libertà che Dio fa agli uomini creandoli; insieme alla libertà, il dono dell’amore come scelta e non come costrizione e il dono della fiducia come possibilità che non si impone ma va accolta. Padri della Chiesa e teologi hanno ragionato, pensato, pregato su questo mistero dell’origine del male; ciò che per noi conta, però, è altro. Quello a cui il tempo di Quaresima ci invita è il prendere consapevolezza che il male c’è e agisce nella storia, sapere che per la rivelazione biblica il male ha una radice ben chiara, il disamore verso Dio e la mancata fiducia in Lui, che diventa disamore verso l’uomo e mancata fiducia in lui. Da questo può scaturire ogni sorta di peccato. Se non siamo consapevoli che ciascuno di noi è chiamato a ingaggiare la lotta con quella “tentazione” al peccato che sale dal cuore, questa Quaresima passerà sopra le nostre teste senza lasciare alcuna traccia di cambiamento. Se invece, senza paura, accogliamo il messaggio che la Scrittura ci rivela e cioè che ogni uomo è esposto alla possibilità del male, allora possiamo cominciare a desiderare di convertirci, a lasciare quegli inganni che ci convincono del disamore di Dio e dei fratelli verso di noi. Questo può avvenire comprendendo che il male ha un aggancio con il nostro cuore ma non si identifica con noi, noi che siamo pensati e voluti da Dio diversamente, che siamo “cosa molto buona”, che siamo amati. La lotta di oggi, la scelta di oggi, creerà bellezza domani; la non lotta di oggi e la non scelta di oggi, prima o poi porterà fuori peccati e dolore che si genereranno a causa nostra. Di domani siamo responsabili oggi.
È molto suggestivo, nel testo della Genesi che leggiamo oggi, che dopo aver commesso il peccato, l’uomo e la donna scoprirono di essere nudi. Loro erano nudi, il Signore lo sapeva e conosceva già la loro fragilità, ma erano loro a non saperlo perché amati… L’amore di Dio copre e sostiene la fragilità dell’uomo e per l’uomo stesso diventa sopportabile perché egli si sente amato. Ma uscendo fuori dalla fiducia in Dio, quella fragilità emerge in maniera problematica, diventa la causa di azioni conseguenti. Il peccato, ci insegna questo passo della Genesi, non è la fragilità: questa è di tutti, sta nell’uomo dalla sua origine… La fragilità, però, non messa davanti a Dio e in un clima di fiducia verso Dio, conduce alla scelta del peccato. Peccato che non ci rende liberi, ma schiavi… Eppure ancora e sempre, in ogni tempo, la radice del peccato attecchisce in noi per l’idea che ognuno di noi ha le sue ragioni e sa da solo ciò che porta alla felicità. E alla fine si rimane delusi e si vivono dolori e inferni nei quali ci si è andati a buttare… senza volerlo. “Ma dici solo una parola e io sarò salvato”. Sì, basta una parola di fiducia rivolta verso Dio e ci si può rialzare, convertire, mettere nella strada che conduce alla gioia. Il tempo di Quaresima e il percorso che ci chiede non hanno senso se ciascuno non riparte dalla consapevolezza reale della propria fragilità e dal bisogno di consegnare quella a Dio, metterla nelle mani di quel padre che vuole condurre noi e il mondo intero al compimento, alla pienezza della gioia e alla salvezza.
Il Vangelo delle tentazioni di Gesù si trova tra il battesimo e la chiamata dei primi discepoli, la liturgia ci chiede di meritarlo ora per camminare in questo tempo liturgico particolare della Quaresima. Ci sorprenda ancora che anche Gesù è stato tentato… Senza andare subito alla vittoria sulla tentazione, ci fa bene sostare su questo. Se è stato tentato vuol dire che, condividendo la nostra carne, l’unigenito Figlio di Dio nella sua storia terrena ha condiviso veramente la nostra fragilità, quella fragilità da cui si può originare il peccato, in base a come essa viene abitata. Questo oggi tocchi ancora il nostro cuore: per amore dell’uomo, il Figlio è entrato in quella condizione che caratterizza ogni creatura… Pur essendo “generato non creato” ha assunto la condizione delle creature, così come pur non avendo peccato, “è stato fatto peccato” dal disamore degli uomini e si è assunto il peccato di ogni uomo. Non si racconta in altro modo l’amore: “mi sono fatto tutto a tutti” dirà San Paolo.
Le tre tentazioni non sono altro che espressioni di fragilità reali in cui si trova Gesù: ha fame ma non ha pane, sembra che Dio non ci sia in quel momento, dunque è solo, ed è piccolo, non possiede il potere su tutti i regni della terra, in quel momento e in quella condizione. Allora, Gesù sente salirgli da dentro che potrebbe procurarsi il pane, potrebbe mettere alla prova Dio per vedere se davvero lo ama e gli è vicino, potrebbe uscire da quella condizione di piccolezza e prendersi il potere che in realtà gli spetta perché è Dio. Eppure Gesù, abitando la fragilità, non entra nel peccato, non cede alla tentazione per una sola ragione: ama Dio e sa di essere amato da Lui, si fida di Dio non perché lo mette alla prova, si fida e basta! Il tentatore è astuto con le sue argomentazioni, ma l’arma per disinnescare l’inganno è chiarissima: è la Scrittura. Questo penso sia il centro di questo passo e ciò che noi dobbiamo comprendere bene: senza una profonda conoscenza della sacra Scrittura, dove è rivelato l’amore di Dio, il suo agire in mille situazioni contradditorie della vita dell’uomo, senza questa conoscenza interiore, non è possibile disinnescare la tentazione, né smascherarla. Colpisce profondamente che gli angeli appaiono solo alla fine a servire Gesù: nel momento culmine non c’è nessun aiuto, Gesù è un semplice uomo ebreo che ha studiato e interiorizzato profondamente la Scrittura e con essa vince la lotta. Una conoscenza della Scrittura che è davvero spirituale e che fuga anche gli utilizzi manipolativi di questa! Purtroppo questo è un grande rischio, come fa il tentatore in questo passo, quello di usare male la Parola di Dio; lungi da noi questo rischio, nel quale si cade quando si usa la Scrittura per salvare sé stessi contro gli altri.
Sono tre principalmente i punti sui quali Gesù supera la lotta con il diavolo; diavolo è divisore, divide da Dio, divide da noi stessi, divide dagli altri. La prima è la tentazione di usare qualsiasi cosa per saziarsi da soli, per sfamare la propria voracità: anche delle pietre possono diventare pane! Quante volte lo facciamo, cioè pretendiamo di prendere vita da cose che sono solo pietre, si tratta di oggetti, abitudini, hobby, a volte anche relazioni. E invece Gesù non si procaccia da solo ciò che lo sfama, ma si rimette nelle mani di Dio, sarà Egli a donargli ciò di cui ha bisogno: detto e fatto, perché il brano finisce con gli angeli che lo servono. Dio è intervenuto, ha provveduto. Quanti dolori ci risparmieremmo e risparmieremmo agli altri se smettessimo di pretendere di avere la vita dalle pietre!!! La seconda tentazione è quella della sfiducia verso Dio: il diavolo incita Gesù a metterlo alla prova, come se Dio dovesse dimostrare il suo amore e la sua protezione alle condizioni che dice l’uomo. Anche se questo uomo è Gesù, questo è un inganno: la precedenza nell’amore ce l’ha sempre Dio, quando entriamo in questi “giochi manipolativi” verso Dio, lo usiamo a nostro piacimento e pensiamo che debba fare ciò che noi vogliamo che faccia. Il rischio è la morte, una sorta di suicidio al quale il diavolo tenta Gesù e a cui Gesù resiste. Il terzo punto è il potere, quello che ciascuno vorrebbe; stare sopra agli altri, poterli gestire, questo dà sicurezza e gonfia l’interiorità dell’uomo. Qui il diavolo vuole dare a Gesù il suo potere sulla terra e sul mondo, quindi Gesù dovrebbe prostrarsi a lui e stare sotto, dominare perché dominato dal divisore. Gesù lo smaschera anche qui: solo Dio si adora, perché solo il modo di Dio di stare sopra agli uomini e avere potere è salvifico, perché è il modo del servizio, è il modo del dare la vita, non quello dell’avere potere per sé. Vinta anche questa tentazione, Gesù potrà cominciare ad annunciare il “regno dei cieli”, dunque questo regnare di Dio da amante dell’uomo, da Colui che ne vuole la salvezza.
Allora, nella fatica e nel dolore che comporta, la tentazione conduce ad assumere pienamente l’identità di figli amati, così è stato per Gesù. «Togli la tentazione e nessuno si salva», ci dice Antonio il Grande che ha vissuto e sperimentato grandi lotte nella sua vita monastica, perché emergesse in lui l’uomo nuovo a immagine di Dio.
Ed ecco che l’esito di tutto questo è la vita: fortissima l’immagine della Genesi di un albero della vita che sta al centro del giardino e che è alla portata degli uomini. Viene proiettato in un tempo originario qualcosa che riguarda ogni uomo e il suo senso: la fiducia e la relazione con Dio ci mettono in un orizzonte di vita vera e piena che è “semplicemente” alla nostra portata. Questo il peccato lo rompe, ma la lotta contro di esso vuole ripristinarlo: la salvezza è vita piena alla nostra portata! Ed è così che Paolo racconta nella lettera ai Romani che il peccato genera la morte mentre l’obbedienza di Gesù dona la Grazia e conduce alla salvezza; dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia. Se la disobbedienza ha aperto la via della morte, l’obbedienza di Cristo ha guadagnato per noi la possibilità, nella sua Grazia e seguendo la sua via, di tornare alla vita.
Sorella Michela Arnone

Dipinto su legno di P. Fabrizio Cristarella Orestano, Monastero di Ruviano.